Mp3, P2P, MySpace, RIAA, SIAE, FIMI, Major: intanto la musica va da sola…
E’ da parecchio tempo che avevo intenzione di scrivere un post sulla crisi del settore musicale, sul P2P, sulla pirateria, i CD, le case discografiche e via dicendo. Non lo avevo ancora scritto perché sono pignolo e stavo raccogliendo tutti i dati necessari. Però oggi ho appreso - leggendo Punto Informatico - della lettera inviata all’associazione dei consumatori Altroconsumo da Francesco Rutelli, l’attuale Ministro per i Beni e le Attività Culturali e non ho resistito. Leggendone il contenuto si resta perplessi. Ecco uno stralcio della lettera:
“La distorta pratica del file sharing, intesa come modalità per appropriarsi abusivamente di un’opera d’ingegno in violazione del diritto d’autore, deve essere sanzionata. Ed il fatto che essa assuma il carattere di illecito penale nei casi in cui si accompagni al ‘fine di lucro’ (che, peraltro, la Suprema Corte di Cassazione, con la nota sentenza 149/07, ha riconosciuto non corrispondere al solo risparmio della spesa di acquisto del CD) non deve scandalizzare”.A quanto pare il Ministro Rutelli non è molto informato in merito all’attuale normativa che regola il diritto d’autore. Secondo la normativa vigente infatti, si configura reato penale anche per coloro che condividono senza contropartita economica, in quanto una recente modifica legislativa ha sosituito il termine ‘lucro’ con ‘profitto’. Si legge infatti sul sito della FIMI (Federazione dell’Industria Musicale Italiana) che
“Chi condivide senza una contropartita economica rimane soggetto ad una sanzione penale che è quella dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis”.Ma non è questo il punto sul quale mi volevo soffermare. Il punto interessante è evidenziato in questo passaggio (sempre tratto dalla lettera di Rutelli):
“Tali sono da considerare gli interessi degli autori e degli editori, per i quali il diritto d’autore costituisce la giusta remunerazione del proprio lavoro, l’opera d’ingegno.”.E qui occorre fare chiarezza. Si è sempre detto che gli autori devono essere tutelati. Giusto, ma vediamo cosa accade in ambito musicale. Forse non tutti sanno che solo l’8% del prezzo di un CD musicale va all’autore. Il resto va alla distribuzione, ma Il grosso viene intascato dalla casa discografica. Per essere più concreti, su 25 euro che è il prezzo di un CD, solo 2 euro vanno all’artista. Da ciò si evince che anche i prezzi di iTunes store sono gonfiati, in quanto vengono meno i costi relativi alla distribuzione ed alla rivendita (infatti il tutto avviene in Rete). E’ per questo motivo che molti autori si stanno ribellando e si stanno ‘mettendo in proprio’. E’ per questo motivo che stanno nascendo iniziative come Antenna Alliance e Free Music Project. Un crescente numero di gruppi musicali, consente il libero scambio delle loro opere. Per scoprire quale mondo si stia materializzando in Rete, si può cominciare a navigare su siti come Archive.org o come Creative Commons (audio). Spesso gli artisti mettono in rete degli mp3 per farsi conoscere. Molti si appoggiano alla comunità di MySpace. Esplorando il mondo degli artisti indipendenti e delle etichette no-profit, si scopre un intero mondo di musica legalmente fruibile. Legalmente, in quanto sono gli stessi artisti che consentono la libera circolazione della loro musica. Il tutto scavalcando case discografiche, RIAA, SIAE, FIMI, major e chi più ne ha più ne metta. Infatti, a pensarci bene, se parliamo di opere di ingegno, cosa c’entrano le case discografiche? Lo scopo delle case discografiche era - in passato - quello di promuovere e diffondere la musica creata dagli artisti. Ora ciò non è più necessario, perché la tecnologia e la Rete hanno sconvolto completamente l’assetto del mondo discografico. Gli artisti incidono la loro musica, la promuovono e la distribuiscono in modo totalmente indipendente. L’atteggiamento delle case discografiche - e dei politici che tutelano i loro interessi - e’ completamente anacronistico. Una volta produrre un disco richiedeva un notevole impegno economico. Lo stesso discorso valeva per la promozione e la distribuzione. Poi la tecnologia - che opera come uno schiacciasassi che non guarda in faccia a nessuno - ha iniziato la trasformazione. Registrare un pezzo musicale è ormai alla portata di chiunque. Trasformarlo in mp3 è altrettanto semplice. Distribuirlo e pubblicizzarlo non è più un grosso problema. Il vecchio modello di business delle case discografiche è morto. Il bello è che loro non se ne sono accorte. Quanto prima prenderanno coscienza di ciò, tanto meglio sarà per loro. Queste profonde trasformazioni sono sotto gli occhi di tutti, lo dimostrano i successi di iTunes store et similia (nonostante la blindatura con il DRM). La Rete cambia tutta la logica del passato, i vecchi modelli di business non sono più validi e realistici. Infine vorrei tanto parlare di cultura. Le case discografiche infatti, non hanno mai incentivato lo sviluppo dell’arte e della cultura, in quanto hanno sempre promosso musica commerciale. Per essere più chiari: in passato, se eri un artista e volevi creare musica ’seria’ non avevi molte prospettive di vedere diffusa la tua musica. Questo perché i produttori delle case discografiche non avevano interesse alla diffusione della cultura. Il loro unico interesse era - ovviamente - di natura economica. I produttori perciò erano interessati alla promozione di musica meramente commerciale. I produttori decidevano che la tua musica non avrebbe avuto successo, perciò non la prendevano in considerazione tout court. La conseguenza di ciò è che la musica commerciale si diffondeva, a discapito della musica cosidetta seria. Quindi niente rock progressivo alla radio, tanto per essere espliciti, niente video musicali di gruppi underground, niente dischi di fusion, jazz-rock, etnica, blues, country, new-age, elettronica e via dicendo. Per dirla alla Battiato:
“…e sommersi soprattutto da immondizie musicali…sul ponte sventola bandiera bianca…”.Tale musica non veniva diffusa come avrebbe meritato, restava relegata all’interno di nicchie di appassionati. Totalmente esclusa al grande pubblico. Di conseguenza, la richiesta era scarsa. Se tu non conosci un artista, è difficile che tu lo richieda nei negozi di musica no? E si chiude il cerchio. Quindi le case discografiche sono il veleno della cultura musicale. In pratica le case discografiche hanno affossato l’arte invece di incentivarla. Invece il P2P è uno strumento utile per diffondere la conoscenza. La condivisione permette l’interscambio delle conoscenze. La diffusione della cultura musicale. Chi è ministro della CULTURA, queste cose dovrebbe saperle. Chi è ministro della CULTURA, dovrebbe cercare di diffondere la cultura, non di affossarla. Un celebre negozio di dischi romano, ‘Disfunzioni Musicali’ ha abbassato la saracinesca per sempre. Il motivo? Non vende più dischi. Eppure mi ricordo anni fa, che quel negozio era un punto di incontro per gli appassionati di musica. Insomma, i mutamenti sono già in atto, solo le case discografiche e i brontocrati degli enti controllori (vedi la SIAE) non ne sono consapevoli. Pazienza. Continuassero a perseguire i ragazzini che scaricano mp3. Quando avranno ottenuto ciò che vogliono, ed il legislatore strizzerà l’occhietto con complicità - equiparando chi scarica mp3 al più temibile dei terroristi - beh, a quel punto si renderanno conto di avere un pugno di mosche in mano. Infatti nel frattempo la musica sarà andata avanti senza di loro.
4 commenti »
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sono pienamente d’accordo con te, è da alcuni anni ormai che le case discografiche hanno decretato la loro morte!!! quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi.”Chi rinuncia ai sogni è destinato a morire”. Jim Morrison
Commento di mauro — 21 Maggio 2007 @ 07:16
hai ragione in parte ….ritengo che la carenza di artisti dipenda dal mercato straniero!! il diritto d’autore e’ fondamentale .La realta’ e’ che basta pagare le radio e i network che contano ed il gioco e’ fatto!!!
Commento di fabiano — 7 Giugno 2007 @ 16:10
Capisco i ragazzini che scaricano la hit del momento.
Ma i cultori, quelli per cui un cd del loro artista preferito, che amano la confezione, il profumo del cofanetto e il gusto di avere un cd orginale… ecco loro non scaricano.
E poi smettiamola di dire che i prezzi sono tutti alti: se pensiamo a rivenditori che hanno fatto la loro fortuna puntando sul mercato della ricerca musicale, e che offrono i prezzi più competitivi, tipo il caso più celebre italiano: www.sweetmusic.biz
Loro puntano proprio su quel mercato di culturo, riuscendo a permettersi prezzi quasi sottocosto per vere e proprie opere d’arte.
Io ci credo nella musica come oggetto di culto.
Sono una che crede nel prfumo del bookelt, nell’adesivo della confezione, nella traccia a qualità perfetta…
Commento di Giorgia — 4 Ottobre 2007 @ 18:40
Il punto è che il supporto CD fa parte della storia e diventerà archeologia come il vinile. E’ impossibile frenare il progresso. Nessuno incide più dischi in vinile. Non esistono più le cassette a nastro. Il CD sta facendo la stessa fine. Anche il copyright è storia. Oramai si stanno diffondendo concetti come il copyleft, le licenze creative commons…Ormai ci sono altre strade, come ad esempio: www.jamendo.com, www.anomolo.com, il file sharing…Pensa che anche per la Coca Cola esiste una versione ‘open’! Chiunque può prepararla gratuitamente e legalmente. La ricetta? Eccola qui.
Commento di Maurizio — 6 Ottobre 2007 @ 16:08