Il gatto nero
Era una classica calda notte di agosto. Afosa. Piena zeppa di stelle. Una notte di quelle che ti affacci alla finestra e puoi osservare nitidamente la costellazione dell’orsa maggiore (anche se di solito l’unica cosa luminosa che riesci a distinguere nel cielo di notte è la luna piena…se te la indicano). Ma non ce ne frega nulla in effetti, visto che dalle persiane socchiuse filtrava unicamente la flebile luce prodotta dall’insegna al neon dell’agenzia di onoranze funebri “Sonni da Paura” (il loro motto è: “nessuno si è mai lamentato!”). Ugo non riusciva a dormire. Il caldo toglieva il respiro, l’umidità rendeva le lenzuola appiccicose come il vischio. La federa del materasso aderiva alla pelle e, per creare maggiore attrito, si raggrinziva qua e là, creando delle piccole dune che rendevano i movimenti nel letto, estremamente difficoltosi. Osservò con terrore l’orologio: segnava ancora le 3. Il tempo non passava mai. L’ultima volta che aveva scrutato l’orologio erano le 2 e 55. Eppure sembravano trascorse delle ore. Alla fine venne sopraffatto dalla smania e decise di alzarsi per prendere una boccata d’aria sul balcone. C’era un silenzio irreale nella stanza, l’unico rumore che si sentiva era il ronzio del motore del frigorifero che proveniva dalla cucina. Improvvisamente, uno strano lamento destò l’attenzione di Ugo. Il lamento proveniva dal pianerottolo. Senza pensarci due volte, si diresse verso il corridoio, aprì la porta ed uscì incuriosito sul pianerottolo. Si trovò davanti un enorme gatto nero che dimenava nervosamente la coda a destra e a sinistra e lo fissava in segno di sfida.
“Accidenti, ci mancava pure questo gatto nero!”
pensò Ugo e, con fare minaccioso, si precipitò verso il felino con la ferma intenzione di scacciarlo.
“Sciò, sciò, brutto gattaccio, vai via!”
Il gatto miagolò con rabbia demoniaca ed improvvisamente una folata di vento fece sbattere la porta di casa che si chiuse alle sue spalle. In quel preciso istante Ugo si rese conto di trovarsi in mutande, sul pianerottolo, chiuso fuori di casa (che poi, come si faccia a restare ‘chiusi’ se si sta ‘fuori’ non l’ho mai capito. Si dovrebbe dire: sono rimasto ‘aperto’ fuori semmai. Ma lasciamo perdere). Una situazione decisamente imbarazzante. Antonietta Racchiaforte, la vicina di pianerottolo di Ugo, non è certo un tipo di bella presenza, anzi, a voler essere sinceri, il nome rispecchia fedelmente il suo aspetto fisico. E’ la classica persona impicciona che parla male di tutti e si lamenta sempre di tutto. C’è sempre una Antonietta in qualsiasi condominio (di solito è la portiera). L’abilità e la tempestività di Antonietta nel trovarsi esattamente e precisamente nei luoghi e nei momenti meno opportuni è leggendaria.
“Speriamo che non si sia svegliata Antonietta, con tutto questo baccano…”
pensò Ugo. Detto fatto.
“Stlang, stlang, srata-ta-ta-ta-ta-clang, clang, srataclang, sdeng, sdram, clack!”
Liberate tutte e 5 le mandate dei 4 chiavistelli della porta (più che una porta dava l’idea di un forziere), tolta la catenella, come da copione, sbucò la faccetta impicciona di Antonietta fuori dall’uscio. Indossava un pigiama da uomo a righe bianche e azzurre, calzini da tennis di spugna (per via dei piedi freddi anche d’estate) e una mantellina di cotone fatta ad uncinetto che teneva sulle spalle per evitare di prendere freddo. Temperatura reale: 39 gradi centigradi. Percepita: 49.
“Ugo, ma…ma che ci fai lì in mutande!”
“Beh, il gatto…”
“Quale gatto? Io non vedo alcun gatto”
“Ah, beh era qui un secondo fa, era nero e gigantesco”
“Ma…vuoi restare tutta la notte sul pianerottolo a caccia di gatti?”
“Nooo…è che…la porta…sono rimasto chiuso fuori…”
“Ah! Ho capito. Beh… dai, dai, vieni da me!”
Ugo non fece neanche in tempo a rispondere che lei, prendendolo per un braccio, lo trascinò dentro casa con violenza.
“Stlang, stlang, srata-ta-ta-ta-ta-clang, clang, srataclang, sdeng, sdram, clack!”
Fatto! Ormai lui era in trappola. Dei due non si seppe più nulla per più di dieci giorni. Quanto accadde entro quelle mura lo si può intuire facilmente però…
Morale: il gatto nero porta sfiga!
Naaa…io non sono superstizioso….finale alternativo con il protagonista che si chiama Alain (fa decisamente più figo):
Il miagolio del gatto inferocito ed il rumore della porta, svegliarono Mirella Verabona, la vicina di Alain. Erano giorni che Alain era interessato a lei. Non era mai riuscito a trovare il momento giusto per attaccare bottone.
“Clack!”
Improvvisamente si spalancò la porta e si affacciò Mirella con tutta la sua prorompente bellezza. La scena che si presentava davanti agli occhi di lei era terribilmente comica, anche se Alain non doveva pensarla allo stesso modo.
“Hmmm…Alain, ma lo sai che in deshabillé sei ancora più figo?”
esclamò lei con un’espressione maliziosa negli occhi.
“Dici? Beh, anche tu non scherzi però…”
Come dargli torto? Lei indossava una sottoveste rosa che faceva risaltare terribilmente le sue forme. E che forme. La sottoveste era così trasparente, ma così trasparente, da far venire i brividi ad una radiografia. Ma forse non era una vera sottoveste…forse era un baby-doll, non saprei. Fatto sta che ciò che indossava era dannatamente ma dannatamente corto!
“Che ci fai lì in mutande?”
“E due! Il gatto neroooo…”
“Quale gatto? Ah, già! Quello dell’altro finale, ho capito, ho capito”
“Oooh! Meno male!”
“Ma…che fai, vuoi rimanere tutta la notte sul pianerottolo?”
“Aridanghete! Sono rimasto chiuso fuoriiii”
“Scherzavo, scherzavo: ora ti devo invitare da me. Che non lo so? Non lo sapessi…”
Lei lo prese per mano e lo fece entrare.
“Clack!”
Si richiuse la porta. Dei due non si seppe più nulla per più di dieci giorni. La descrizione di ciò che accadde entro quelle mura direi che è superflua…
Morale: quando cambi casa, lascia perdere il contratto del condominio e controlla invece la tua vicina di pianerottolo!
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