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Lunedì 9 Luglio 2007

Amare se stessi

Archiviato in: Psicologia, Riflessioni — Maurizio ( 21:57 )

“Amare se stessi è l’inizio della più grande storia d’amore (anonimo)”.

Bene, da questa frase, si dipana tutta una serie di associazioni di idee. Un flusso di pensieri denso e convulso prende vita nella mia mente. E’ un flusso caotico e vorticoso. Eccolo in versione riveduta, ‘tradotta’ e ‘bignamizzata’ a beneficio di chi legge:

ciò che noi siamo è il risultato dell’intima combinazione di due parti: una struttura biologica, fisica, sottostante ed uno strato psicologico, immateriale, posto al di sopra di essa. La struttura biologica sottostante è sostanzialmente il cervello mentre la struttura psicologica che viene costruita sopra è il carattere. Per avere chiaro questo concetto occorre fare alcuni passi indietro nel tempo e rispolverare alcune vecchie - ma ancora valide - teorie di S. Freud, un medico geniale che fu il primo a scoprire entità come l’inconscio, le pulsioni ed il super-io. Leggendo quanto ha scritto Freud, si può iniziare a capire come si forma il carattere di una persona. Ma non basta. Occorre leggere anche altri studiosi come ad esempio W. Reich, C. Lévi-Strauss e K. Lorenz, per farsi un’idea. Il primo è stato uno dei tanti allievi di Freud (ipotizzò l’esistenza di entità come l’orgone, teoria che non venne mai accettate dalla comunità scientifica per mancanza di prove sperimentali, ma altre sue teorie, come quella della corazza emozionale e muscolare, sono in perfetto accordo con le teorie più moderne). Il secondo è stato un grande antropologo. Il terzo è stato un grande etologo. Già, perché per capire un’entità così complessa come la mente umana, occorre partire da vari punti di vista. Perciò può essere utile studiare gli altri animali o le popolazioni primitive che ancora esistono sulla terra. E’ quanto fanno l’etologia e l’antropologia. Quando afferriamo concetti come l’imprinting ad esempio, comprendiamo meglio altri concetti come quello dei condizionamenti culturali. Una volta appresi questi concetti, ci rendiamo conto come alcuni nostri atteggiamenti non siano dovuti meramente a peculiarità del nostro carattere, ma siano - al contrario - il frutto di imposizioni culturali. Il concetto di bellezza fisica ad esempio, è molto variabile a seconda del paese e della cultura dove si vive. Ma ora arriviamo al bello. Già, perché se non ci limitiamo ad indagare tra le pieghe delle scienze umane, se iniziamo a studiare anche all’interno di ambiti che sono propri delle scienze naturali, scopriamo che molti aspetti del nostro carattere hanno una natura biologica. Qui ci vengono in aiuto la biologia, le neuroscienze, branche della medicina come la neurologia. Allora non sarebbe male leggere alcuni libri di A. Oliverio e di R. Restak ad esempio (un biologo che studia le basi biologiche del comportamento il primo e un grande neurologo e studioso del cervello il secondo). E allora si inizia a capire che molte peculiarità del nostro carattere hanno una origine biologica. Sembra ormai dimostrato infatti che alcuni aspetti del carattere come ad esempio la timidezza, siano dovuti a predisposizioni genetiche. I fattori ereditari sembrano giocare un ruolo fondamentale. Ovviamente in alcuni casi l’ambiente può influire ancora di più delle predisposizioni genetiche. Attualmente ci sono vari studi che effettuano ricerche sulle ‘molecole del comportamento’. Tempo fa, un articolo su ‘Le Scienze’ ad esempio, parlava del ruolo esercitato dalla serotonina nei casi di suicidio. Deficienze nel metabolismo della serotonina, sarebbero il fattore predisponente. L’ambiente, con i suoi stimoli (eventi negativi, disgrazie, etc) sarebbe il fattore scatenante. E queste non sono solo teorie eh? Sono fenomeni visibili ad occhio nudo, grazie a strumenti come la PET. Sembra infine dimostrata la natura plastica del cervello. Il cervello in sostanza, non è un organo statico che ha sempre la stessa struttura immutabile nel tempo. Al contrario, è dinamico. E’ in continua evoluzione. Il cervello si modifica continuamente a seconda degli stimoli esterni che riceve. Si modifica in senso fisico, cioè si creano delle nuove connessioni nervose e se ne distruggono altre. Sembra incredibile, eppure l’ambiente esterno può modificare la struttura interna del cervello! Le ultime ricerche scientifiche portano a queste conclusioni. Un esempio: la meditazione modifica il cervello a livello ‘elettrico’. Lo si è visto con l’elettroencefalogramma e con un sistema basato sulla risonanza magnetica. Un altro esempio abbastanza concreto: i giocatori d’azzardo sono assimilabili ai tossicodipendenti. E’ ormai un fatto certo. L’emozione del gioco a lungo andare crea dipendenza. Il meccanismo è lo stesso - identico - di quello innescato dagli stupefacenti. Le endorfine naturali non vengono più prodotte dal cervello e l’organismo deve recuperarle dall’esterno: con la droga o con il gioco d’azzardo. Nasce così la dipendenza. Alla fine per uscire fuori dalla stretta mortale occorre rivolgersi a delle comunità di recupero. Infatti ormai esistono delle comunità di recupero anche per i giocatori d’azzardo. Ma quanto c’è di biologico nel nostro carattere? E quanto al contrario è determinato dall’ambiente? E se un giorno si scoprisse con certezza che poniamo l’80% di ciò che siamo, sia di natura biologica? L’egoismo, l’aggressività, l’impulsività, l’introversione, l’estroversione…se dipendesse tutto da fattori genetici? Se dipendesse tutto da una molecola piuttosto che da un’altra? Dalla dopamina piuttosto che dalla serotonina? Dall’acetilcolina piuttosto che dalla noradrenalina? Da un gene piuttosto che da un altro? Se così fosse, dovremmo accettare sempre e comunque noi stessi? Se nasco con gli occhi marroni, dovrei dispiacermi perché avrei preferito avere gli occhi azzurri? Si, forse sarebbe stato bello averli azzurri. Ma li ho marroni. Devo dispiacermene? No, me ne faccio una ragione e mi accetto così come sono. Ma se l’ambiente esterno può modificare la struttura interna del cervello, posso cercare di limare alcuni aspetti del mio carattere che non mi piacciono? Certo. Il cervello che modifica se stesso. Perché no? Devo favorire alcune esperienze e respingerne altre per modificare ciò che sono? Credo di si, se è questo quello che voglio. Ma non devo mai dimenticarmi del substrato biologico che è parte fondante di me. Non devo mai rinnegarlo. Non devo mai pretendere di essere ciò che non sono. E allora si ritorna all’aforisma iniziale: amare se stessi è vitale. E’ necessario. Solo così possiamo poi amare veramente le altre persone. E quindi…

“Amare se stessi è l’inizio della più grande storia d’amore (anonimo)”.

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