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Martedì 10 Luglio 2007

Schiavi moderni

Archiviato in: Politica, Diritti civili, Lavoro — Maurizio ( 19:05 )

Da quando è salita al potere questa ‘Sinistra’, la sfiducia che nutro nei confronti della politica ha cominciato a montare. Oggi, a distanza di circa un anno da quando ho votato questa coalizione di Governo, ho maturato la convinzione che i politici siano tutti uguali. Senza alcuna distinzione di colore. Ma siccome non mi va di star qui ad argomentare questa mia posizione, mi limito a fornire un link. E’ un documento PDF presente sul blog di Beppe Grillo, un libretto che raccoglie innumerevoli lettere scritte da giovani precari assunti a tempo determinato. Sono indirizzate a Beppe Grillo. Vale la pena la lettura. Il problema dell’occupazione è solamente uno dei tanti problemi che affliggono l’Italia. Di tutti gli altri, non ho più neanche la voglia di parlarne. Altro che PD. Ecco il link:
schiavi moderni

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Lunedì 9 Luglio 2007

Amare se stessi

Archiviato in: Psicologia, Riflessioni — Maurizio ( 21:57 )

“Amare se stessi è l’inizio della più grande storia d’amore (anonimo)”.

Bene, da questa frase, si dipana tutta una serie di associazioni di idee. Un flusso di pensieri denso e convulso prende vita nella mia mente. E’ un flusso caotico e vorticoso. Eccolo in versione riveduta, ‘tradotta’ e ‘bignamizzata’ a beneficio di chi legge:

ciò che noi siamo è il risultato dell’intima combinazione di due parti: una struttura biologica, fisica, sottostante ed uno strato psicologico, immateriale, posto al di sopra di essa. La struttura biologica sottostante è sostanzialmente il cervello mentre la struttura psicologica che viene costruita sopra è il carattere. Per avere chiaro questo concetto occorre fare alcuni passi indietro nel tempo e rispolverare alcune vecchie - ma ancora valide - teorie di S. Freud, un medico geniale che fu il primo a scoprire entità come l’inconscio, le pulsioni ed il super-io. Leggendo quanto ha scritto Freud, si può iniziare a capire come si forma il carattere di una persona. Ma non basta. Occorre leggere anche altri studiosi come ad esempio W. Reich, C. Lévi-Strauss e K. Lorenz, per farsi un’idea. Il primo è stato uno dei tanti allievi di Freud (ipotizzò l’esistenza di entità come l’orgone, teoria che non venne mai accettate dalla comunità scientifica per mancanza di prove sperimentali, ma altre sue teorie, come quella della corazza emozionale e muscolare, sono in perfetto accordo con le teorie più moderne). Il secondo è stato un grande antropologo. Il terzo è stato un grande etologo. Già, perché per capire un’entità così complessa come la mente umana, occorre partire da vari punti di vista. Perciò può essere utile studiare gli altri animali o le popolazioni primitive che ancora esistono sulla terra. E’ quanto fanno l’etologia e l’antropologia. Quando afferriamo concetti come l’imprinting ad esempio, comprendiamo meglio altri concetti come quello dei condizionamenti culturali. Una volta appresi questi concetti, ci rendiamo conto come alcuni nostri atteggiamenti non siano dovuti meramente a peculiarità del nostro carattere, ma siano - al contrario - il frutto di imposizioni culturali. Il concetto di bellezza fisica ad esempio, è molto variabile a seconda del paese e della cultura dove si vive. Ma ora arriviamo al bello. Già, perché se non ci limitiamo ad indagare tra le pieghe delle scienze umane, se iniziamo a studiare anche all’interno di ambiti che sono propri delle scienze naturali, scopriamo che molti aspetti del nostro carattere hanno una natura biologica. Qui ci vengono in aiuto la biologia, le neuroscienze, branche della medicina come la neurologia. Allora non sarebbe male leggere alcuni libri di A. Oliverio e di R. Restak ad esempio (un biologo che studia le basi biologiche del comportamento il primo e un grande neurologo e studioso del cervello il secondo). E allora si inizia a capire che molte peculiarità del nostro carattere hanno una origine biologica. Sembra ormai dimostrato infatti che alcuni aspetti del carattere come ad esempio la timidezza, siano dovuti a predisposizioni genetiche. I fattori ereditari sembrano giocare un ruolo fondamentale. Ovviamente in alcuni casi l’ambiente può influire ancora di più delle predisposizioni genetiche. Attualmente ci sono vari studi che effettuano ricerche sulle ‘molecole del comportamento’. Tempo fa, un articolo su ‘Le Scienze’ ad esempio, parlava del ruolo esercitato dalla serotonina nei casi di suicidio. Deficienze nel metabolismo della serotonina, sarebbero il fattore predisponente. L’ambiente, con i suoi stimoli (eventi negativi, disgrazie, etc) sarebbe il fattore scatenante. E queste non sono solo teorie eh? Sono fenomeni visibili ad occhio nudo, grazie a strumenti come la PET. Sembra infine dimostrata la natura plastica del cervello. Il cervello in sostanza, non è un organo statico che ha sempre la stessa struttura immutabile nel tempo. Al contrario, è dinamico. E’ in continua evoluzione. Il cervello si modifica continuamente a seconda degli stimoli esterni che riceve. Si modifica in senso fisico, cioè si creano delle nuove connessioni nervose e se ne distruggono altre. Sembra incredibile, eppure l’ambiente esterno può modificare la struttura interna del cervello! Le ultime ricerche scientifiche portano a queste conclusioni. Un esempio: la meditazione modifica il cervello a livello ‘elettrico’. Lo si è visto con l’elettroencefalogramma e con un sistema basato sulla risonanza magnetica. Un altro esempio abbastanza concreto: i giocatori d’azzardo sono assimilabili ai tossicodipendenti. E’ ormai un fatto certo. L’emozione del gioco a lungo andare crea dipendenza. Il meccanismo è lo stesso - identico - di quello innescato dagli stupefacenti. Le endorfine naturali non vengono più prodotte dal cervello e l’organismo deve recuperarle dall’esterno: con la droga o con il gioco d’azzardo. Nasce così la dipendenza. Alla fine per uscire fuori dalla stretta mortale occorre rivolgersi a delle comunità di recupero. Infatti ormai esistono delle comunità di recupero anche per i giocatori d’azzardo. Ma quanto c’è di biologico nel nostro carattere? E quanto al contrario è determinato dall’ambiente? E se un giorno si scoprisse con certezza che poniamo l’80% di ciò che siamo, sia di natura biologica? L’egoismo, l’aggressività, l’impulsività, l’introversione, l’estroversione…se dipendesse tutto da fattori genetici? Se dipendesse tutto da una molecola piuttosto che da un’altra? Dalla dopamina piuttosto che dalla serotonina? Dall’acetilcolina piuttosto che dalla noradrenalina? Da un gene piuttosto che da un altro? Se così fosse, dovremmo accettare sempre e comunque noi stessi? Se nasco con gli occhi marroni, dovrei dispiacermi perché avrei preferito avere gli occhi azzurri? Si, forse sarebbe stato bello averli azzurri. Ma li ho marroni. Devo dispiacermene? No, me ne faccio una ragione e mi accetto così come sono. Ma se l’ambiente esterno può modificare la struttura interna del cervello, posso cercare di limare alcuni aspetti del mio carattere che non mi piacciono? Certo. Il cervello che modifica se stesso. Perché no? Devo favorire alcune esperienze e respingerne altre per modificare ciò che sono? Credo di si, se è questo quello che voglio. Ma non devo mai dimenticarmi del substrato biologico che è parte fondante di me. Non devo mai rinnegarlo. Non devo mai pretendere di essere ciò che non sono. E allora si ritorna all’aforisma iniziale: amare se stessi è vitale. E’ necessario. Solo così possiamo poi amare veramente le altre persone. E quindi…

“Amare se stessi è l’inizio della più grande storia d’amore (anonimo)”.

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Sabato 7 Luglio 2007

Il tappo tecnologico-legislativo italiano

Archiviato in: Politica, Petizioni, Monopolio, Tecnologia, Lobby — Maurizio ( 13:00 )

Questo post sarà caotico, lo dico subito, perché le cose da dire sono molte e dovrei scrivere un libro per raccontarle tutte. Scriverò di getto allora. Come spesso accade, i miei post traggono ispirazione dai blog che leggo. Leggendo Aradia infatti, vengo a sapere del convegno Il format che non c’è, organizzato da Articolo21, dove si è parlato del futuro della RAI, della sua funzione di servizio pubblico e dell’importanza del rilancio della cultura come una delle priorità della politica in Italia. Bene, ovviamente il rilancio della cultura nelle reti RAI è auspicabile, ma tutto ciò non può che farmi considerare la situazione disastrosa di arretratezza tecnologico-culturale del nostro Paese. Non può esserci cultura se non c’è la libertà tecnologica per poterla diffondere. Il discorso è lungo, vale la pena leggere questi articoli: Censis: le oligarchie affossano l’innovazione in Italia e Wimax libero. Veniamo al punto. In Italia esiste il Digital Divide. Cosa significa? Significa che molti italiani ancora non hanno accesso alla banda larga. Significa che questi italiani non possono usufruire di tutti quei prodotti multimediali che ovunque sono ormai una realtà scontata (Web 2.0, YouTube, quotidiani online, iTunes, TV via web, P2P e quant’altro). In Italia il costo per l’accesso alla banda larga è più alto rispetto a quello degli altri paesi (non tutti possono permettersi una linea ADSL). In Italia, la tecnologia UMTS (una sorta di banda larga dei cellulari) è stata volutamente affossata dai soliti quattro noti che detengono l’oligopolio delle telecomunicazioni nel nostro paese. In Italia esiste una authority (ormai l’inglese è d’obbligo, ma per chi fosse ancora affezionato all’italiano come me, si tratta di un ente ‘autonomo’ ed ‘indipendente’) che dovrebbe fungere da garante della trasparenza nelle comunicazioni; si chiama AGCOM: Autorità Garante delle COMunicazioni. Bene, questo ente non credo svolga il suo lavoro correttamente, in quanto ha il ‘vizio’ di favorire i soliti noti, a discapito dell’interesse comune del paese. Affossato l’UMTS infatti, affossato il WiFi, è la volta del Wimax. Stiamo parlando di tecnologie che ci libererebbero dalla schiavitù dell’ultimo miglio (monopolio Telecom Italia). Se solo la politica lo volesse, potrebbe calmierare il canone di abbonamento per le linee naked (linee ADSL senza voce, che permettono ad esempio di abbandonare il telefono tradizionale di Telecom Italia ed utilizzare il VOIP per telefonare GRATIS via Internet). Le linee naked, il Wimax, ci libererebbero dalla schiavitù del canone Telecom Italia, dalla schiavitù delle inefficienze dei gestori soliti noti. Già, perché una sola antenna - alla portata delle tasche di piccoli privati - può diffondere banda larga entro un raggio di 50 Km. Questo garantirebbe il pluralismo degli operatori che forniscono l’accesso alla Rete. La Nokia ha già in cantiere un cellulare Wimax che verrà prodotto nel 2008. Questo significherebbe svincolarsi dai soliti quatto gestori anche nell’ambito della telefonia mobile. Se solo la politica lo consentisse, potrebbero crollare molti oligopoli che frenano lo sviluppo tecnologico (e quindi culturale) in Italia. Già, ma la politica italiana ha a cuore gli interessi dei vari Telecom Italia, Tim, Vodafone, Tre e Wind, non quelli degli italiani. Occorre dire che queste tecnologie metterebbero in crisi queste grosse aziende, certo, ma cosa è più importante, il bene di pochi o il bene della collettività? E poi esistono i cosiddetti MVNO (Mobile Virtual Network Operator, cioè operatori mobili virtuali) che si stanno affacciando ora - timidamente - in Italia (vedi le Poste Italiane, Carrefour e Coop), quando sono una realtà da anni negli altri paesi. Chi ha frenato la diffusione di questi operatori? Stefano Mannoni, commissario AGCOM parla di errori fatti nel passato. E che dire delle TV di quartiere? In Europa si diffondono e in Italia sono illegali e - quando sono fastidiose per alcuni - vengono fatte chiudere sul nascere (vedi ad esempio Telefabbrica, la TV di quartiere di Termini Imerese fatta dagli operai della FIAT). Si parla di vuoto normativo. E poi esistono le reti cittadine fatte con il WiFi. Non parlo di quelle istituzionali come Roma Wireless (incoraggiata da Walter Veltroni) ma di quelle private, cioè quelle create dai singoli cittadini. Ovviamente sono illegali in quanto infrangono la legge Gasparri ed il decreto Pisanu (norme che ancora vivono e vegetano tranquillamente). E certo, che te lo dico a fare? I cittadini portano avanti iniziative che sono quasi sempre - guarda un po’ - illegali. Perché Franco Carlini non parla di queste cose nei suoi articoli? Perché invece insiste a parlare dei blog come se fossero una minaccia per la carta stampata e per i giornalisti? In Italia il 52% degli italiani non usa Internet, altro che minaccia alla carta stampata! In un paese democratico la cultura e l’informazione deve potersi esprimere anche dal basso. Insomma, le cose da fare per togliere questi ‘tappi’ tecnologici e normativi sono molte. Io però sono pessimista. Già, perché in Italia si incentiva il DTT (Digitale Terrestre) che, come dice Beppe Grillo, è una tecnologia morta: la TV si diffonderà in Rete, questo è il futuro che andrebbe incentivato. Liberalizziamo la tecnologia e dopo - solo dopo - parliamo di cultura. Già, perché la cultura nasce dal pluralismo, non dagli oligopoli. IMHO.

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Giovedì 5 Luglio 2007

Why

Archiviato in: Musica, Riflessioni — Maurizio ( 19:52 )

Non ascolto più musica da tanto tempo ormai. La musica non si ascolta in macchina, non si ascolta alla radio. Io non uso più lo stereo a casa. Quelle rare volte che ascolto musica, mi sdraio sul divano, indosso le cuffiette dell’ iPod e chiudo gli occhi. La musica va ascoltata ad occhi chiusi. Solo così può farti piangere a volte. E allora capita di fermarmi su un pezzo di Annie Lennox: “Why”. E allora con gli occhi chiusi mi immagino due persone su una scogliera altissima. Sono l’una davanti all’altra. Si guardano negli occhi, ma nessuno dei due parla. Si vede l’oceano di sotto. Si vedono le onde infrangersi. Si sente il sibilo del vento. Potrebbe essere l’Irlanda. Osservo dall’alto quelle due persone. Poi scendo ad altezza d’uomo e giro attorno a loro. Li osservo a 360 gradi. Non dicono alcuna parola. Si sente solo il soffio del vento. Poi si cominciano ad udire alcune parole…e poi si sente la musica e poi…beh, eccole quelle parole…

How many times do I have to try to tell you
That I’m sorry for the things I’ve done
But when I start to try to tell you
That’s when you have to tell me
Hey… this kind of trouble’s only just begun
I tell myself too many times
Why don’t you ever learn to keep your big mouth shut
That’s why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me…
Why
Why

I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you’re thinking
And I’ve heard is said too many times
That you’d be better off
Besides…
Why can’t you see this boat is sinking
(this boat is sinking this boat is sinking)
Let’s go down to the water’s edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me…
Why
Tell me…
Why

This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I’ll never tread
These are the dreams I’ll dream instead
This is the joy that’s seldom spread
These are the tears…
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel ?
’cause i don’t think you know how I feel
I don’t think you know what I feel
I don’t think you know what I feel
You don’t know what I feel


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Mercoledì 4 Luglio 2007

Il gatto nero

Archiviato in: Racconti — Maurizio ( 06:33 )

Era una classica calda notte di agosto. Afosa. Piena zeppa di stelle. Una notte di quelle che ti affacci alla finestra e puoi osservare nitidamente la costellazione dell’orsa maggiore (anche se di solito l’unica cosa luminosa che riesci a distinguere nel cielo di notte è la luna piena…se te la indicano). Ma non ce ne frega nulla in effetti, visto che dalle persiane socchiuse filtrava unicamente la flebile luce prodotta dall’insegna al neon dell’agenzia di onoranze funebri “Sonni da Paura” (il loro motto è: “nessuno si è mai lamentato!”). Ugo non riusciva a dormire. Il caldo toglieva il respiro, l’umidità rendeva le lenzuola appiccicose come il vischio. La federa del materasso aderiva alla pelle e, per creare maggiore attrito, si raggrinziva qua e là, creando delle piccole dune che rendevano i movimenti nel letto, estremamente difficoltosi. Osservò con terrore l’orologio: segnava ancora le 3. Il tempo non passava mai. L’ultima volta che aveva scrutato l’orologio erano le 2 e 55. Eppure sembravano trascorse delle ore. Alla fine venne sopraffatto dalla smania e decise di alzarsi per prendere una boccata d’aria sul balcone. C’era un silenzio irreale nella stanza, l’unico rumore che si sentiva era il ronzio del motore del frigorifero che proveniva dalla cucina. Improvvisamente, uno strano lamento destò l’attenzione di Ugo. Il lamento proveniva dal pianerottolo. Senza pensarci due volte, si diresse verso il corridoio, aprì la porta ed uscì incuriosito sul pianerottolo. Si trovò davanti un enorme gatto nero che dimenava nervosamente la coda a destra e a sinistra e lo fissava in segno di sfida.
“Accidenti, ci mancava pure questo gatto nero!”
pensò Ugo e, con fare minaccioso, si precipitò verso il felino con la ferma intenzione di scacciarlo.
“Sciò, sciò, brutto gattaccio, vai via!”
Il gatto miagolò con rabbia demoniaca ed improvvisamente una folata di vento fece sbattere la porta di casa che si chiuse alle sue spalle. In quel preciso istante Ugo si rese conto di trovarsi in mutande, sul pianerottolo, chiuso fuori di casa (che poi, come si faccia a restare ‘chiusi’ se si sta ‘fuori’ non l’ho mai capito. Si dovrebbe dire: sono rimasto ‘aperto’ fuori semmai. Ma lasciamo perdere). Una situazione decisamente imbarazzante. Antonietta Racchiaforte, la vicina di pianerottolo di Ugo, non è certo un tipo di bella presenza, anzi, a voler essere sinceri, il nome rispecchia fedelmente il suo aspetto fisico. E’ la classica persona impicciona che parla male di tutti e si lamenta sempre di tutto. C’è sempre una Antonietta in qualsiasi condominio (di solito è la portiera). L’abilità e la tempestività di Antonietta nel trovarsi esattamente e precisamente nei luoghi e nei momenti meno opportuni è leggendaria.
“Speriamo che non si sia svegliata Antonietta, con tutto questo baccano…”
pensò Ugo. Detto fatto.
“Stlang, stlang, srata-ta-ta-ta-ta-clang, clang, srataclang, sdeng, sdram, clack!”
Liberate tutte e 5 le mandate dei 4 chiavistelli della porta (più che una porta dava l’idea di un forziere), tolta la catenella, come da copione, sbucò la faccetta impicciona di Antonietta fuori dall’uscio. Indossava un pigiama da uomo a righe bianche e azzurre, calzini da tennis di spugna (per via dei piedi freddi anche d’estate) e una mantellina di cotone fatta ad uncinetto che teneva sulle spalle per evitare di prendere freddo. Temperatura reale: 39 gradi centigradi. Percepita: 49.
“Ugo, ma…ma che ci fai lì in mutande!”
“Beh, il gatto…”
“Quale gatto? Io non vedo alcun gatto”
“Ah, beh era qui un secondo fa, era nero e gigantesco”
“Ma…vuoi restare tutta la notte sul pianerottolo a caccia di gatti?”
“Nooo…è che…la porta…sono rimasto chiuso fuori…”
“Ah! Ho capito. Beh… dai, dai, vieni da me!”
Ugo non fece neanche in tempo a rispondere che lei, prendendolo per un braccio, lo trascinò dentro casa con violenza.
“Stlang, stlang, srata-ta-ta-ta-ta-clang, clang, srataclang, sdeng, sdram, clack!”
Fatto! Ormai lui era in trappola. Dei due non si seppe più nulla per più di dieci giorni. Quanto accadde entro quelle mura lo si può intuire facilmente però…

Morale: il gatto nero porta sfiga!

Naaa…io non sono superstizioso….finale alternativo con il protagonista che si chiama Alain (fa decisamente più figo):

Il miagolio del gatto inferocito ed il rumore della porta, svegliarono Mirella Verabona, la vicina di Alain. Erano giorni che Alain era interessato a lei. Non era mai riuscito a trovare il momento giusto per attaccare bottone.
“Clack!”
Improvvisamente si spalancò la porta e si affacciò Mirella con tutta la sua prorompente bellezza. La scena che si presentava davanti agli occhi di lei era terribilmente comica, anche se Alain non doveva pensarla allo stesso modo.
“Hmmm…Alain, ma lo sai che in deshabillé sei ancora più figo?”
esclamò lei con un’espressione maliziosa negli occhi.
“Dici? Beh, anche tu non scherzi però…”
Come dargli torto? Lei indossava una sottoveste rosa che faceva risaltare terribilmente le sue forme. E che forme. La sottoveste era così trasparente, ma così trasparente, da far venire i brividi ad una radiografia. Ma forse non era una vera sottoveste…forse era un baby-doll, non saprei. Fatto sta che ciò che indossava era dannatamente ma dannatamente corto!
“Che ci fai lì in mutande?”
“E due! Il gatto neroooo…”
“Quale gatto? Ah, già! Quello dell’altro finale, ho capito, ho capito”
“Oooh! Meno male!”
“Ma…che fai, vuoi rimanere tutta la notte sul pianerottolo?”
“Aridanghete! Sono rimasto chiuso fuoriiii”
“Scherzavo, scherzavo: ora ti devo invitare da me. Che non lo so? Non lo sapessi…”
Lei lo prese per mano e lo fece entrare.
“Clack!”
Si richiuse la porta. Dei due non si seppe più nulla per più di dieci giorni. La descrizione di ciò che accadde entro quelle mura direi che è superflua…

Morale: quando cambi casa, lascia perdere il contratto del condominio e controlla invece la tua vicina di pianerottolo!

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