Una condizione di vita ‘a misura d’uomo’ è possibile?
Questo è un post che avrei voluto scrivere da molto tempo. L’incidente che ho avuto ieri mentre tornavo a casa dal lavoro, mi ha spinto alla fine a mettere i miei pensieri su ‘carta virtuale’. L’argomento è: la qualità della vita. Io abito a Roma e la mia vita è simile a quella di migliaia di persone. Né migliore né peggiore. Vorrei raccontare la mia routine quotidiana, per poi analizzarla per fare delle riflessioni. Premetto che la mia non vuole essere una sorta di lamentela o di sfogo, è solo un modo come un altro per discutere di concetti dei quali sono profondamente convinto. Si parte.
La routine quotidiana
Alle 6 di mattina suona la sveglia. Fuori è buio oppure inizia a schiarire, dipende dalla stagione e dall’ora legale o solare. Indipendentemente dalle condizioni climatiche e dal sonno, la sveglia impone la brusca interruzione di un’attività fisiologica. Ti alzi e ti prepari per andare al lavoro. Ora, io la mattina - prima di uscire di casa - faccio un sacco di cose. Rifaccio il letto, faccio colazione, lavo i piatti della sera prima, mi faccio la doccia (a giorni alterni mi lavo anche i capelli), espleto tutte le attività fisiologiche che ehm, non credo sia necessario descrivere vero?
La sveglia
Partiamo dalla sveglia: è qualcosa di innaturale, poiché il nostro orologio biologico interno rispetta i cicli circadiani. Questo significa che l’uomo si sveglia naturalmente quando sorge il sole. E’ dimostrato che la luce è correlata direttamente al sonno. Il buio riduce la produzione di cortisolo ed aumenta quella della melatonina. La luce del sole, attraversando le palpebre, colpisce la retina la quale invia stimoli all’ipotalamo, all’ipofisi e alla ghiandola pineale e i livelli di cortisolo/melatonina si invertono. Insomma, se è buio, l’uomo non si desta dal sonno naturalmente: occorre la sveglia, lo strumento più innaturale che sia stato mai inventato. Esiste anche un tipo di depressione, chiamata ‘disturbo affettivo stagionale’ (SAD) correlata alla produzione di melatonina e all’esposizione alla luce solare. Del resto, le statistiche confermano come la percentuale di suicidi sia più alta nei paesi del nord Europa (dove c’è minor luce solare). Insomma, la sveglia è la prima fonte di stress.
Il traffico
Vediamo ora il traffico: le aziende, le scuole e gli uffici, aprono più o meno alla stessa ora. Ciò significa che esistono le ore di punta. Il traffico è incrementato anche dalla scarsa efficienza dei mezzi di trasporto pubblici. Basta osservare la situazione di Paesi civili come la Francia o l’Inghilterra. Paesi dove il sistema dei mezzi di trasporto pubblico è efficiente. Questi problemi i politici nostrani non li capiranno mai, in quanto loro viaggiano con le auto blu e come è noto, l’Italia detiene il record mondiale come numero di auto blu (574.215, quasi il decuplo di quelle presenti in Francia). Il traffico è fonte di stress, anche perché gli italiani al volante sono inviperiti.
Gli italiani sono un popolo di ‘furbi’
Sempre dove abito io, gli automobilisti non sono molto disciplinati. La regola fondamentale è: fare i ‘furbi’ (diciamo così) più degli altri. Regola che mi risulta difficile da applicare, in quanto non sono furbo per natura. Cosa significa? Beh, c’è un detto che illustra bene il concetto: “chi pecora si fa, lupo se la magna”. La conseguenza di questa ‘furbizia’, del non rispettare le comuni regole del codice stradale, è la possibilità di fare incidenti. E’ solo un discorso di casualità, di probabilità, di numeri. Due volte al giorno (andata e ritorno), tutti i santi giorni, beh, alla fine non si scappa. Qualche furbetto che magari è pure maldestro lo trovi, ed ecco l’incidente. E’ puro caso. Non ci sono strategie per evitarlo. Io ci ho riflettuto parecchio. Del resto un giorno si ed uno no, vedo un motorino sdraiato sull’asfalto. Questi incidenti non accadrebbero se la gente rispettasse le regole del codice della strada. Un po’ come quando si è alla posta o al negozio di alimentari: ormai hanno dovuto adottare i ‘numeretti’ un po’ ovunque, perché la gente non rispettava la fila e sgomitava per essere servita prima. Noi italiani abbiamo la ‘furbizia’ incastonata nel cervello, non si scappa. Sembra quasi essere una virtù. Infatti chi va avanti fregando il prossimo, si dice che ‘fa il furbo’, mentre si dovrebbe dire più correttamente che ‘fa lo stronzo’. Poi però ci lamentiamo dei politici (che sono lo specchio dei cittadini che li hanno votati). Da notare che nei giorni non lavorativi, negli orari con meno traffico, gli automobilisti sono più disciplinati e rispettano le file. Non sottovalutiamo questo punto, perché è importante. Basterebbe modificare gli orari di apertura di scuole, aziende ed uffici per migliorare un po’ le cose.
L’orario di lavoro
Consideriamo ora l’orario di lavoro: chi lo ha detto che è necessario lavorare 8 ore al giorno? Se lo scopo è il raggiungimento di un obiettivo, seguire uno schema rigido di ore lavorative non è necessario. Lo ha capito IBM, consentendo ai dipendenti maggiore libertà su orari e ferie: l’importante è il raggiungimento dell’obiettivo. Incredibilmente, così facendo, si è avuto un aumento di produttività. L’orario di lavoro è qualcosa di arcaico che risale al lavoro nelle fabbriche, alla catena di montaggio che, come ben sappiamo è un’attività alienante.
La coscienza di classe
La cosa più interessante però è che non ci rendiamo conto della scarsa qualità della nostra vita. Non ridete se rispolvero vecchi concetti come quello della coscienza di classe e dell’alienazione del lavoro. Non sono vecchi concetti e vecchie ideologie. Al contrario, sono terribilmente attuali. Anche se non esistono più le catene di montaggio di una volta, anche se dall’era industriale siamo passati all’era dei servizi, il problema non è mutato di una virgola. Oggi - così come allora - esistono i padroni e gli operai. I primi godono di uno stile di vita innegabilmente migliore. Oggi gli operai si chiamano lavoratori dipendenti, e i padroni si chiamano datori di lavoro, ma non è cambiato nulla. I termini sono più dolci, si usano degli eufemismi, ma la sostanza è la stessa. I lavori dove il rapporto padrone-operaio risulta più marcato sono quelli svolti all’interno dei call center. Ho usato il termine ‘operaio’, ma in alcuni casi il termine ’schiavo’ sarebbe più calzante.
L’alienazione del lavoro
La cosa interessante è l’adattamento dell’uomo. L’uomo è l’animale più adattabile della terra: ecco perché non si è estinto nei millenni. Supera magnificamente tutti gli ostacoli creati dalla selezione naturale. Questo significa che ci siamo così abituati a questo stile di vita da considerarlo ineluttabile. Anzi, molti neanche si rendono conto della loro alienazione (per non parlare di coloro che considerano il lavoro lo scopo principale della vita). La maggioranza delle persone, è costretta a sottostare alle decisioni prese dai padroni. La conseguenza inevitabile è che - essendo esclusi dalla catena decisionale - si avverte il proprio lavoro come qualcosa di estraneo, come una pratica da espletare il prima possibile. Questa è l’alienazione del lavoro. Tutto ciò non è naturale.
La falsa scusa del costo del lavoro
Chi è diventato padrone, spesso è arrivato al comando grazie a manovre scorrette e prive di scrupoli. Pochi sono quelli che hanno raggiunto i vertici grazie alle loro effettive capacità. Coloro che fondarono aziende come la Pirelli, la Fiat, la Telecom (come si chiama oggi) et similia, erano persone innovative; coloro che sono subentrati successivamente, sono al contrario dei faccendieri che speculano finanziariamente (vedi il caso emblematico di Tronchetti-Provera). La crisi del lavoro deriva da qui, non ci prendiamo in giro. Deriva dalla mancanza di innovazione, non dal costo del lavoro. I ricchi esistono in quanto impoveriscono le masse con lo sfruttamento. Se tutti guadagnassimo le stesse cifre infatti, non esisterebbero né ricchi né poveri. I Paesi ricchi sfruttano quelli più poveri e le persone ricche sfruttano quelle più povere. Questo stile di vita innaturale, non produce solo stress ma arreca veri e propri danni alla salute. Io lavoro 8 ore davanti ad un computer. Bene, è dimostrato che lavorare più di otto ore al giorno davanti ad un video aumenta la probabilità dell’insorgere di patologie come il glaucoma. Patologie gravi. Non sono scherzi questi: sono dati statistici. Ecco perché per legge, ogni due ore occorre effettuare una pausa di 15 minuti, possibilmente guardando lontano. Ma tutto deriva dal fatto che - sempre per legge - l’orario di lavoro ha la durata di 40 ore settimanali (legge n. 196 del 1997). Alcuni Paesi hanno adottato le 36 ore (e oggi i padroni si lamentano). Alcune aziende intelligenti hanno limato i vincoli dell’orario di lavoro (e ne raccolgono i frutti in termini di maggiore produttività). Ma è ben poca cosa. Il capitalismo, la globalizzazione, portano ad ideologie aberranti (vedi la flessibilità). Invece di ridurre l’orario di lavoro, si tende ad allungarlo, abusando degli straordinari. I padroni chiedono sempre di più e offrono sempre di meno: infatti per loro la crisi economica è dovuta al costo del lavoro. Secondo me invece, la crisi economica, specie quella italiana è dovuta alla incapacità imprenditoriale dei faccendieri che comandano. Non si fa ricerca, non si fa innovazione, si resta ancorati agli schemi produttivi di 40 anni fa. Per imitare il modello cinese (inapplicabile in Italia) si produce all’estero (vedi le 20.000 aziende italiane in Romania). Questo è il problema.
Quando la storia è terribilmente attuale
Una volta le condizioni dei lavoratori erano pessime: si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Il primo maggio 1866, a Chicago, i sindacati organizzarono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Il 3 maggio gli scioperanti si incontrarono davanti alla fabbrica McCormick e vennero attaccati dalla polizia. Gli operai allora organizzarono un presidio a Haymarket Square. La polizia ordinò alla folla di disperdersi. Un ordigno esplose e morirono 12 persone e 7 poliziotti. La polizia aprì il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone 11. Più tardi, il primo maggio venne dichiarato festa dei lavoratori. Tale festa venne sospesa solo durante il ventennio fascista. Chissà perché a me vengono in mente, per associazione, i fatti del G8. Mah! Nonostante ciò, 10 anni dopo, nelle fabbriche si lavorava ancora 11-12 ore in media, mentre nelle piccole imprese si lavorava anche 15-16 ore al giorno. Nel 1900 negli USA, la maggior parte degli operai lavorava ancora 10 ore al giorno. In Italia per molto tempo fu in vigore il regio decreto 992/1923 che fissava il tetto massimo dell’orario lavorativo in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali (più 12 ore settimanali di straordinari). Le 40 ore settimanali furono una conquista che si ottenne molti anni dopo, esattamente nel 1969, grazie a successive dure lotte ed accordi contrattuali. I primi furono i metalmeccanici, che con il contratto nazionale del 1969 ottennero aumenti salariali uguali per tutti, e la riduzione d’orario a 40 ore settimanali. Successivamente si adeguarono tutte le altre categorie. Nel 1969 iniziò la cosiddetta ’strategia della tensione’ con la famosa strage di piazza Fontana (sulle responsabilità della vicenda non si fece mai luce). Ad ogni modo, in Italia le 40 ore settimanali vennero sancite per legge solo nel lontano 1997 (legge 196/1977). Nel 1993, la Comunità Europea, con la direttiva 93/104/CE, stabilì il tetto massimo dell’orario lavorativo in 48 ore settimanali (compresi gli straordinari). Tale direttiva venne modificata con quella del 2003, confermando il tetto delle 48 ore. L’11 maggio 2005 però, la Commissione Barroso presentò una modifica alla direttiva del 2003. In tale modifica si portava il tetto massimo da 48 ore a 65! I paesi che spingevano a favore dell’aumento del tetto massimo erano la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Europa dell’Est. Insomma, questa storia dell’orario del lavoro è un tema molto caldo. Un capitolo mai chiuso definitivamente. Tratto da Resistenze.org:
“Ancora una volta l’inizio di un nuovo ciclo di lotte viene inaugurato dagli operai della FIAT, che il 30 marzo del 1968 scendono in sciopero per l’orario di lavoro e il cottimo. Il 19 aprile del 1968 a Valdagno (Vicenza), gli operai della Marzotto in segno di protesta contro il paternalismo padronale, durante una lotta per aumenti salariali, abbattono la statua del fondatore dell’azienda. Pochi mesi dopo, nell’estate, lotte dure scoppiano a Porto Marghera e alla Pirelli Bicocca di Milano. Le lotte, nate alla FIAT, si estendono su tutto il territorio nazionale. Per contrastare l’azione padronale e la linea sindacale considerata da molti lavoratori “troppo moderata”, in alcune località operai e impiegati, insieme, danno vita a nuove forme di organizzazione unitaria: i Comitati di Lotta. A Cagliari (Italallumina, Rumianca) ed a Napoli (Italsider, Ignis Sud), attraverso i comitati di lotta, vengono sperimentate nuove forme di organizzazione. Alla Pirelli di Milano, nella lotta per il controllo dei cottimi e agganciarli all’inflazione, si diffonde a livello di massa la critica contro i partiti, compreso quello comunista, accusati da consistenti gruppi di operai di avere più a cuore gli interessi dei capitalisti che quelli degli operai.”A me questa storia sembra terribilmente attuale…
La soluzione?
Il lavoro è un concetto nato nelle società umane. Ciascuno di noi produce e consuma. Ma non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro è una necessità, non un piacere (tranne per pochi casi fortunati). Forse sarebbe il caso di renderlo più gradevole. La nostra vita è piena di stress. Non è naturale. Vediamo come me la immagino io una vita più a misura d’uomo, e poi vediamo se è utopia o se è realizzabile. Una vita senza sveglia. Senza orari di lavoro. Mi viene in mente il telelavoro, la libera professione, il lavoro autonomo o - molto più semplicemente - lavorare ragionando per obiettivi. Ma il telelavoro non prende piede e gli orari di lavoro non si toccano. Manca la sensibilità politica e sindacale. Se politici e sindacati non sono sensibili a problemi come il lavoro precario, potranno mai essere sensibili a problemi come lo stress da lavoro? Ne dubito. Io sono ateo e non credo nell’aldilà. Credo a questa vita che abbiamo e che non dobbiamo sprecare, perché è una sola. Visto che sperare in un aiuto fornito dalla politica è pura utopia, occorre arrangiarsi da soli. Vedo due strade: andar via dall’Italia (magari in un piccolo villaggio di pescatori in un’isola sperduta nell’oceano indiano) oppure gestirsi il lavoro in modo autonomo, aprendo una attività propria. Il lavoro autonomo rende più indipendenti e liberi da vincoli innaturali. Scartando l’ipotesi dell’emigrazione, non resta altro che aprire una attività propria. Il problema è che in Italia - a differenza dei Paesi civili - aprire una attività propria è un incubo. Tutto è studiato per scoraggiare la libera iniziativa. In Italia esiste ciò che in economia viene definita “barriera all’entrata”. Cioé, se non guadagni da subito una certa cifra, il fisco ed il sistema contributivo ti uccidono prima ancora di iniziare. Per non parlare poi degli studi di settore, dove è previsto un guadagno minimo. Dichiari un minor guadagno di quello che LORO stabiliscono? Non è possibile. LORO dicono che stai evadendo il fisco. Ragazzi, è dura vivere in Italia. Ma tornando allo stile di vita innaturale, credo che occorra fare qualcosa per cambiare le cose, per vivere una vita più a misura d’uomo. A livello politico, sono molte le cose che si potrebbero fare. Basterebbe maggiore sensibilità verso certi problemi e la volontà nel volerli risolvere. Idee? Suggerimenti? Commenti? Come la pensate?