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Domenica 18 Novembre 2007

25 aprile prossimo: V-Day sull’informazione/disinformazione in Italia

Archiviato in: Censura, Informazione — Maurizio ( 17:10 )

Il prossimo 25 aprile, un secondo V-Day. Quello rivolto ai giornalisti. All’informazione che in Italia latita. Chi pensa che quella di Grillo sia demagogia, farebbe bene a riflettere su questo dato tratto da Reporters Sans Frontiers: oggi l’Italia si colloca al 35.mo posto per quanto riguarda la libertà di stampa. Ho letto denigrazioni su Grillo, in quanto i report di Freedom House (da lui mostrati) sono taroccati. Bene, il link che ho messo qui è di Reporters Sans Frontiers, una organizzazione senza scopo di lucro presente nei 5 continenti che da anni combatte per tutelare la libertà di stampa. Ad ogni modo, ho notato più volte come determinate notizie non vengano riportate dalle fonti di informazione ufficiali. A volte, determinate notizie non escono fuori neanche in Rete. A volte, determinate notizie escono in Rete e poi spariscono. Agli scettici, posso fornire degli esempi illuminanti: la condanna in appello a Marcello Dell’Utri avvenuta a maggio di quest’anno; la vicenda di Luigi Cascioli che fece molto scalpore all’estero ma venne taciuta in Italia; Il V-Day venne diffuso in Rete, i giornali ne parlarono solo DOPO l’8 settembre; la multa di 62.000.000 di euro per manovre scorrette a Telecom Italia a gennaio di quest’anno (notizia riportata solo da Quintarelli). Devo continuare?

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Sabato 17 Novembre 2007

Una condizione di vita ‘a misura d’uomo’ è possibile?

Archiviato in: Società, Salute, Lavoro, Automobili, Riflessioni — Maurizio ( 19:30 )

Questo è un post che avrei voluto scrivere da molto tempo. L’incidente che ho avuto ieri mentre tornavo a casa dal lavoro, mi ha spinto alla fine a mettere i miei pensieri su ‘carta virtuale’. L’argomento è: la qualità della vita. Io abito a Roma e la mia vita è simile a quella di migliaia di persone. Né migliore né peggiore. Vorrei raccontare la mia routine quotidiana, per poi analizzarla per fare delle riflessioni. Premetto che la mia non vuole essere una sorta di lamentela o di sfogo, è solo un modo come un altro per discutere di concetti dei quali sono profondamente convinto. Si parte.

La routine quotidiana

Alle 6 di mattina suona la sveglia. Fuori è buio oppure inizia a schiarire, dipende dalla stagione e dall’ora legale o solare. Indipendentemente dalle condizioni climatiche e dal sonno, la sveglia impone la brusca interruzione di un’attività fisiologica. Ti alzi e ti prepari per andare al lavoro. Ora, io la mattina - prima di uscire di casa - faccio un sacco di cose. Rifaccio il letto, faccio colazione, lavo i piatti della sera prima, mi faccio la doccia (a giorni alterni mi lavo anche i capelli), espleto tutte le attività fisiologiche che ehm, non credo sia necessario descrivere vero? :D Alla fine mi vesto ed esco di casa. Il tempo a disposizione è cronometrato al minuto. Già, perché dovete sapere che - dove abito io - se esci di casa 5 minuti dopo (non esagero, si tratta proprio di minuti) trovi un traffico tale da ritardare una buona mezz’ora. Ritardare mezz’ora al lavoro, significa non trovare parcheggio per la macchina. Significa uscire più tardi dal lavoro. Significa arrivare più tardi a casa. Quindi è vitale rispettare gli orari. Si comincia a correre a partire da quando suona la sveglia. Siamo tanti Fantozzi. Prendete la metropolitana la mattina: vedrete migliaia di persone correre come pazzi. Fermatevi per un momento ad ‘ascoltare’ il traffico: continui colpi di clacson, automobilisti inviperiti, motorini che transitano sui marciapiedi. Tutto questo è fonte di stress. Per evitarlo, dovrei evitare di prendere la macchina e usare i mezzi pubblici. Beh, lo farei se non fosse per il fatto che a quell’ora - sempre dove abito io - prendere i mezzi pubblici è un’odissea. La metropolitana è invivibile. Scatole di sardine. Una volta arrivato al lavoro, dovresti poter rifare la doccia. Quindi non si cambia molto, si trasla solo la fonte dello stress. Comunque siamo arrivati al lavoro. Ora, il mio lavoro non mi piace molto, diciamo che è stato una sorta di ripiego. Lo svolgo senza infamia e senza lode, ma non potrei dire di certo che lo faccia con passione. A dire il vero, la passione potrebbe anche esserci, se non fosse per il fatto che te la fanno passare (ma questo è un discorso lungo che esula dal contesto di questo post). Finite le 8 ore obbligatorie (le 40 ore settimanali sono state una dura conquista dei lavoratori), si torna a casa. Ci si rimette in macchina. Il viaggio in automobile, va analizzato anch’esso, in quanto è fonte di stress. Bene, ora ragioniamo su quanto esposto. Analizziamo alcuni punti chiave.

La sveglia

Partiamo dalla sveglia: è qualcosa di innaturale, poiché il nostro orologio biologico interno rispetta i cicli circadiani. Questo significa che l’uomo si sveglia naturalmente quando sorge il sole. E’ dimostrato che la luce è correlata direttamente al sonno. Il buio riduce la produzione di cortisolo ed aumenta quella della melatonina. La luce del sole, attraversando le palpebre, colpisce la retina la quale invia stimoli all’ipotalamo, all’ipofisi e alla ghiandola pineale e i livelli di cortisolo/melatonina si invertono. Insomma, se è buio, l’uomo non si desta dal sonno naturalmente: occorre la sveglia, lo strumento più innaturale che sia stato mai inventato. Esiste anche un tipo di depressione, chiamata ‘disturbo affettivo stagionale’ (SAD) correlata alla produzione di melatonina e all’esposizione alla luce solare. Del resto, le statistiche confermano come la percentuale di suicidi sia più alta nei paesi del nord Europa (dove c’è minor luce solare). Insomma, la sveglia è la prima fonte di stress.

Il traffico

Vediamo ora il traffico: le aziende, le scuole e gli uffici, aprono più o meno alla stessa ora. Ciò significa che esistono le ore di punta. Il traffico è incrementato anche dalla scarsa efficienza dei mezzi di trasporto pubblici. Basta osservare la situazione di Paesi civili come la Francia o l’Inghilterra. Paesi dove il sistema dei mezzi di trasporto pubblico è efficiente. Questi problemi i politici nostrani non li capiranno mai, in quanto loro viaggiano con le auto blu e come è noto, l’Italia detiene il record mondiale come numero di auto blu (574.215, quasi il decuplo di quelle presenti in Francia). Il traffico è fonte di stress, anche perché gli italiani al volante sono inviperiti.

Gli italiani sono un popolo di ‘furbi’

Sempre dove abito io, gli automobilisti non sono molto disciplinati. La regola fondamentale è: fare i ‘furbi’ (diciamo così) più degli altri. Regola che mi risulta difficile da applicare, in quanto non sono furbo per natura. Cosa significa? Beh, c’è un detto che illustra bene il concetto: “chi pecora si fa, lupo se la magna”. La conseguenza di questa ‘furbizia’, del non rispettare le comuni regole del codice stradale, è la possibilità di fare incidenti. E’ solo un discorso di casualità, di probabilità, di numeri. Due volte al giorno (andata e ritorno), tutti i santi giorni, beh, alla fine non si scappa. Qualche furbetto che magari è pure maldestro lo trovi, ed ecco l’incidente. E’ puro caso. Non ci sono strategie per evitarlo. Io ci ho riflettuto parecchio. Del resto un giorno si ed uno no, vedo un motorino sdraiato sull’asfalto. Questi incidenti non accadrebbero se la gente rispettasse le regole del codice della strada. Un po’ come quando si è alla posta o al negozio di alimentari: ormai hanno dovuto adottare i ‘numeretti’ un po’ ovunque, perché la gente non rispettava la fila e sgomitava per essere servita prima. Noi italiani abbiamo la ‘furbizia’ incastonata nel cervello, non si scappa. Sembra quasi essere una virtù. Infatti chi va avanti fregando il prossimo, si dice che ‘fa il furbo’, mentre si dovrebbe dire più correttamente che ‘fa lo stronzo’. Poi però ci lamentiamo dei politici (che sono lo specchio dei cittadini che li hanno votati). Da notare che nei giorni non lavorativi, negli orari con meno traffico, gli automobilisti sono più disciplinati e rispettano le file. Non sottovalutiamo questo punto, perché è importante. Basterebbe modificare gli orari di apertura di scuole, aziende ed uffici per migliorare un po’ le cose.

L’orario di lavoro

Consideriamo ora l’orario di lavoro: chi lo ha detto che è necessario lavorare 8 ore al giorno? Se lo scopo è il raggiungimento di un obiettivo, seguire uno schema rigido di ore lavorative non è necessario. Lo ha capito IBM, consentendo ai dipendenti maggiore libertà su orari e ferie: l’importante è il raggiungimento dell’obiettivo. Incredibilmente, così facendo, si è avuto un aumento di produttività. L’orario di lavoro è qualcosa di arcaico che risale al lavoro nelle fabbriche, alla catena di montaggio che, come ben sappiamo è un’attività alienante.

La coscienza di classe

La cosa più interessante però è che non ci rendiamo conto della scarsa qualità della nostra vita. Non ridete se rispolvero vecchi concetti come quello della coscienza di classe e dell’alienazione del lavoro. Non sono vecchi concetti e vecchie ideologie. Al contrario, sono terribilmente attuali. Anche se non esistono più le catene di montaggio di una volta, anche se dall’era industriale siamo passati all’era dei servizi, il problema non è mutato di una virgola. Oggi - così come allora - esistono i padroni e gli operai. I primi godono di uno stile di vita innegabilmente migliore. Oggi gli operai si chiamano lavoratori dipendenti, e i padroni si chiamano datori di lavoro, ma non è cambiato nulla. I termini sono più dolci, si usano degli eufemismi, ma la sostanza è la stessa. I lavori dove il rapporto padrone-operaio risulta più marcato sono quelli svolti all’interno dei call center. Ho usato il termine ‘operaio’, ma in alcuni casi il termine ’schiavo’ sarebbe più calzante.

L’alienazione del lavoro

La cosa interessante è l’adattamento dell’uomo. L’uomo è l’animale più adattabile della terra: ecco perché non si è estinto nei millenni. Supera magnificamente tutti gli ostacoli creati dalla selezione naturale. Questo significa che ci siamo così abituati a questo stile di vita da considerarlo ineluttabile. Anzi, molti neanche si rendono conto della loro alienazione (per non parlare di coloro che considerano il lavoro lo scopo principale della vita). La maggioranza delle persone, è costretta a sottostare alle decisioni prese dai padroni. La conseguenza inevitabile è che - essendo esclusi dalla catena decisionale - si avverte il proprio lavoro come qualcosa di estraneo, come una pratica da espletare il prima possibile. Questa è l’alienazione del lavoro. Tutto ciò non è naturale.

La falsa scusa del costo del lavoro

Chi è diventato padrone, spesso è arrivato al comando grazie a manovre scorrette e prive di scrupoli. Pochi sono quelli che hanno raggiunto i vertici grazie alle loro effettive capacità. Coloro che fondarono aziende come la Pirelli, la Fiat, la Telecom (come si chiama oggi) et similia, erano persone innovative; coloro che sono subentrati successivamente, sono al contrario dei faccendieri che speculano finanziariamente (vedi il caso emblematico di Tronchetti-Provera). La crisi del lavoro deriva da qui, non ci prendiamo in giro. Deriva dalla mancanza di innovazione, non dal costo del lavoro. I ricchi esistono in quanto impoveriscono le masse con lo sfruttamento. Se tutti guadagnassimo le stesse cifre infatti, non esisterebbero né ricchi né poveri. I Paesi ricchi sfruttano quelli più poveri e le persone ricche sfruttano quelle più povere. Questo stile di vita innaturale, non produce solo stress ma arreca veri e propri danni alla salute. Io lavoro 8 ore davanti ad un computer. Bene, è dimostrato che lavorare più di otto ore al giorno davanti ad un video aumenta la probabilità dell’insorgere di patologie come il glaucoma. Patologie gravi. Non sono scherzi questi: sono dati statistici. Ecco perché per legge, ogni due ore occorre effettuare una pausa di 15 minuti, possibilmente guardando lontano. Ma tutto deriva dal fatto che - sempre per legge - l’orario di lavoro ha la durata di 40 ore settimanali (legge n. 196 del 1997). Alcuni Paesi hanno adottato le 36 ore (e oggi i padroni si lamentano). Alcune aziende intelligenti hanno limato i vincoli dell’orario di lavoro (e ne raccolgono i frutti in termini di maggiore produttività). Ma è ben poca cosa. Il capitalismo, la globalizzazione, portano ad ideologie aberranti (vedi la flessibilità). Invece di ridurre l’orario di lavoro, si tende ad allungarlo, abusando degli straordinari. I padroni chiedono sempre di più e offrono sempre di meno: infatti per loro la crisi economica è dovuta al costo del lavoro. Secondo me invece, la crisi economica, specie quella italiana è dovuta alla incapacità imprenditoriale dei faccendieri che comandano. Non si fa ricerca, non si fa innovazione, si resta ancorati agli schemi produttivi di 40 anni fa. Per imitare il modello cinese (inapplicabile in Italia) si produce all’estero (vedi le 20.000 aziende italiane in Romania). Questo è il problema.

Quando la storia è terribilmente attuale

Una volta le condizioni dei lavoratori erano pessime: si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Il primo maggio 1866, a Chicago, i sindacati organizzarono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Il 3 maggio gli scioperanti si incontrarono davanti alla fabbrica McCormick e vennero attaccati dalla polizia. Gli operai allora organizzarono un presidio a Haymarket Square. La polizia ordinò alla folla di disperdersi. Un ordigno esplose e morirono 12 persone e 7 poliziotti. La polizia aprì il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone 11. Più tardi, il primo maggio venne dichiarato festa dei lavoratori. Tale festa venne sospesa solo durante il ventennio fascista. Chissà perché a me vengono in mente, per associazione, i fatti del G8. Mah! Nonostante ciò, 10 anni dopo, nelle fabbriche si lavorava ancora 11-12 ore in media, mentre nelle piccole imprese si lavorava anche 15-16 ore al giorno. Nel 1900 negli USA, la maggior parte degli operai lavorava ancora 10 ore al giorno. In Italia per molto tempo fu in vigore il regio decreto 992/1923 che fissava il tetto massimo dell’orario lavorativo in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali (più 12 ore settimanali di straordinari). Le 40 ore settimanali furono una conquista che si ottenne molti anni dopo, esattamente nel 1969, grazie a successive dure lotte ed accordi contrattuali. I primi furono i metalmeccanici, che con il contratto nazionale del 1969 ottennero aumenti salariali uguali per tutti, e la riduzione d’orario a 40 ore settimanali. Successivamente si adeguarono tutte le altre categorie. Nel 1969 iniziò la cosiddetta ’strategia della tensione’ con la famosa strage di piazza Fontana (sulle responsabilità della vicenda non si fece mai luce). Ad ogni modo, in Italia le 40 ore settimanali vennero sancite per legge solo nel lontano 1997 (legge 196/1977). Nel 1993, la Comunità Europea, con la direttiva 93/104/CE, stabilì il tetto massimo dell’orario lavorativo in 48 ore settimanali (compresi gli straordinari). Tale direttiva venne modificata con quella del 2003, confermando il tetto delle 48 ore. L’11 maggio 2005 però, la Commissione Barroso presentò una modifica alla direttiva del 2003. In tale modifica si portava il tetto massimo da 48 ore a 65! I paesi che spingevano a favore dell’aumento del tetto massimo erano la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Europa dell’Est. Insomma, questa storia dell’orario del lavoro è un tema molto caldo. Un capitolo mai chiuso definitivamente. Tratto da Resistenze.org:
“Ancora una volta l’inizio di un nuovo ciclo di lotte viene inaugurato dagli operai della FIAT, che il 30 marzo del 1968 scendono in sciopero per l’orario di lavoro e il cottimo. Il 19 aprile del 1968 a Valdagno (Vicenza), gli operai della Marzotto in segno di protesta contro il paternalismo padronale, durante una lotta per  aumenti salariali, abbattono la statua del fondatore dell’azienda. Pochi mesi dopo, nell’estate, lotte dure scoppiano a Porto Marghera e alla Pirelli Bicocca di Milano. Le lotte, nate alla FIAT, si estendono su tutto il territorio nazionale. Per contrastare l’azione padronale e la linea sindacale considerata da molti lavoratori “troppo moderata”, in alcune località operai e impiegati, insieme, danno vita a nuove forme di organizzazione unitaria: i Comitati di Lotta. A Cagliari (Italallumina, Rumianca) ed a Napoli (Italsider, Ignis Sud), attraverso i comitati di lotta, vengono sperimentate nuove forme di organizzazione. Alla Pirelli di Milano, nella lotta per il controllo dei cottimi e agganciarli all’inflazione, si diffonde a livello di massa la critica contro i partiti, compreso quello comunista, accusati da consistenti gruppi di operai di avere più a cuore gli interessi dei capitalisti che quelli degli operai.”
A me questa storia sembra terribilmente attuale…

La soluzione?

Il lavoro è un concetto nato nelle società umane. Ciascuno di noi produce e consuma. Ma non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro è una necessità, non un piacere (tranne per pochi casi fortunati). Forse sarebbe il caso di renderlo più gradevole. La nostra vita è piena di stress. Non è naturale. Vediamo come me la immagino io una vita più a misura d’uomo, e poi vediamo se è utopia o se è realizzabile. Una vita senza sveglia. Senza orari di lavoro. Mi viene in mente il telelavoro, la libera professione, il lavoro autonomo o - molto più semplicemente - lavorare ragionando per obiettivi. Ma il telelavoro non prende piede e gli orari di lavoro non si toccano. Manca la sensibilità politica e sindacale. Se politici e sindacati non sono sensibili a problemi come il lavoro precario, potranno mai essere sensibili a problemi come lo stress da lavoro? Ne dubito. Io sono ateo e non credo nell’aldilà. Credo a questa vita che abbiamo e che non dobbiamo sprecare, perché è una sola. Visto che sperare in un aiuto fornito dalla politica è pura utopia, occorre arrangiarsi da soli. Vedo due strade: andar via dall’Italia (magari in un piccolo villaggio di pescatori in un’isola sperduta nell’oceano indiano) oppure gestirsi il lavoro in modo autonomo, aprendo una attività propria. Il lavoro autonomo rende più indipendenti e liberi da vincoli innaturali. Scartando l’ipotesi dell’emigrazione, non resta altro che aprire una attività propria. Il problema è che in Italia - a differenza dei Paesi civili - aprire una attività propria è un incubo. Tutto è studiato per scoraggiare la libera iniziativa. In Italia esiste ciò che in economia viene definita “barriera all’entrata”. Cioé, se non guadagni da subito una certa cifra, il fisco ed il sistema contributivo ti uccidono prima ancora di iniziare. Per non parlare poi degli studi di settore, dove è previsto un guadagno minimo. Dichiari un minor guadagno di quello che LORO stabiliscono? Non è possibile. LORO dicono che stai evadendo il fisco. Ragazzi, è dura vivere in Italia. Ma tornando allo stile di vita innaturale, credo che occorra fare qualcosa per cambiare le cose, per vivere una vita più a misura d’uomo. A livello politico, sono molte le cose che si potrebbero fare. Basterebbe maggiore sensibilità verso certi problemi e la volontà nel volerli risolvere. Idee? Suggerimenti? Commenti? Come la pensate?

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Venerdì 16 Novembre 2007

Grillo nel blogroll: lo metto, lo tolgo, lo metto, lo tolgo, lo metto…

Archiviato in: Società, Blog, Sicurezza, Informazione — Maurizio ( 22:19 )

Ho rimesso il blog di Beppe Grillo nel blogroll, perché condivido tutto quello che dice. Però sono post come quello di oggi che mi fanno tornare i dubbi:
“Gabriele è stato un pretesto per sollevare (di poco) il coperchio della pentola a pressione Italia. Se la politica non abbassa il fuoco in futuro la pentola potrebbe esplodere. Molti lo pensano, come Cristian.”
Allora. Non strumentalizziamo i fatti per favore. Che poi la gente viene dietro. Mi sembra troppo stupida questa affermazione per essere stata partorita da Grillo (che ritengo uomo intelligente). Grillo, sai bene che quel tipo di teppismo è eversione e fanatismo. Gente pagata per destabilizzare. Branchi di esaltati. 20.000 individui appartenenti all’estrema destra e all’estrema sinistra che sono ben noti alle forze dell’ordine. Andiamo! Non si tratta di brave persone che - siccome non arrivano a fine mese - sono stufi e si ribellano. Anche perché - se così fosse - non si capisce quale sia lo scopo di certe azioni criminose. Io se mi fanno esaurire di brutto, vado a buttare il napalm a Montecitorio, non all’entrata di una caserma di polizia! Se mi parli di rabbia per le vicende come quella del G8 ci possiamo stare, ma il teppismo gratuito messo in atto da gente senza cervello - che se sparisse dalla faccia della terra non ci sarebbe un soldo di danno - non ha niente a che fare con chi non arriva a fine mese.

Ma io devo dire che a volte…a volte mi vengono dei dubbi strani eh? A volte mi viene in mente che certi post siano voluti. Se è così, a quale scopo? Aizzare? Creare malcontento? Far salire la rabbia? No, non ci siamo. Questo post lo cassiamo eh?

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Giuro che vado via dall’Italia!

Archiviato in: Società, Automobili, Educazione, Uomini — Maurizio ( 11:21 )

Oggi non vado al lavoro: devo scrivere una denuncia. Ieri ho avuto un incidente con la macchina. E’ il quarto da quando possiedo questa Peugeot 206. 4 in meno di 5 anni. Il primo: sono fermo al semaforo e mi tampona una ragazza. Non vuole fare il CID. Il padre è carabiniere e non fa la denuncia. Faccio i salti mortali appellandomi ad una circolare ISVAP e riesco a farmi pagare (di solito chi tampona ha torto, ma il carabiniere voleva fare il furbo). Il secondo: sono fermo al semaforo e dietro di me c’è un grosso camion. All’autista slitta il piede dal freno e mi tampona. Non è simpatico essere tamponati da un camion. Il terzo: mentre mi accingo a svoltare a sinistra, un ‘furbo’, da destra mi sorpassa e - intenzionato anche lui a svoltare a sinistra - mi taglia la strada. Urto inevitabile. Il quarto: mi accingo a svoltare a sinistra e un ‘distratto’, mi sorpassa da destra e - anche lui intenzionato a svoltare a sinistra - mi taglia la strada. Anche qui, urto inevitabile. Ora, se non fossi un materialista convinto, crederei alla sfiga. La scienza dice che la sfiga non esiste, siamo noi a vedere solo le cose negative che ci capitano (sottovalutando quelle positive). Ok, può essere, però ci sono persone che dichiarano di non aver avuto mai incidenti con la macchina. Io invece, mi sento come se sul tettino della mia 206 ci fosse attaccato un cartello con scritto: “prego, venitemi addosso”. Io abito a Roma, e, voi che abitate in Trentino, dovete sapere che da noi il rispetto delle regole è qualcosa di misterioso e di sconosciuto. Da noi le autovetture non procedono in fila indiana una dietro l’altra. No, da noi esiste la fretta. Da noi si procede per file parallele sempre. Anche se non c’è spazio. Anche se non è consentito. E siccome lo fanno tutti, la gente è convinta che tale modo di guidare sia legale e consentito. Ovviamente nessuno vuole fare il CID. Il signore di ieri (che se hai una certa età perché ti metti alla guida della macchina?) sembrava volerlo fare anche se titubante. Inutile dire che non ci siamo messi d’accordo sul disegno: “no, se lo fa così sembra proprio che all’ultimo momento le ho tagliato la strada”. Ehm…ma è esattamente quello che è accaduto, pensavo dentro di me. Ok, ognuno farà la sua denuncia. Ah, dimenticavo: quando hai un incidente con la macchina, di solito è buio, piove e fa freddo. Testimoni? Una volta, chiamai i vigili. Non arrivarono. Dopo un ora passò una pattuglia: “non siamo di zona, quelli di questa zona sono occupati, fate il CID”. E se ne andarono. Voglio andare via dall’Italia.

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Concorso Android rivolto a tutto il mondo. Italia esclusa. Google spaventato dalla nostra burocrazia

Archiviato in: Google, Lavoro, Cellulari, Tecnologia, Aziende — Maurizio ( 10:49 )

Dopo una buona notizia, una cattiva. Google ha indetto un concorso indirizzato a tutti i programmatori del mondo, per sviluppare applicazioni per la nota piattaforma Android (il software open source che Google pensa di installare nei prossimi cellulari). E’ previsto un premio di 10 milioni di dollari. Bene, a tale concorso non sarà ammessa l’Italia (insieme a Cuba, Iran, Corea del Nord, Myanmar, Siria e Sudan). Il motivo? Troppa burocrazia. Google non ha intenzione di impelagarsi in lungaggini legislative farraginose in materia di concorsi. Insomma, l’Italia è nota in tutto il mondo per i suoi cavilli e legacci normativi. Il Fisco ad esempio, è l’emblema della burocrazia in Italia. E mentre nei paesi civili, un giovane compila un modulo e apre una azienda, in Italia lo stesso giovane deve interpellare un esperto di diritto per capire come si deve muovere per non essere fuorilegge. In Italia c’è il problema della disoccupazione, dei lavori precari, della crisi delle aziende. Un giovane potrebbe mettere su un’impresa oppure lavorare in un call center. Beh, di solito opta per il call center, perché mettere su un’impresa, da noi è un’impresa nel vero senso della parola (il gioco di parole è voluto). Ad esempio, se l’attività è poco conosciuta, sarà difficile capire quale codice attività usare all’atto della registrazione dell’impresa alla Camera di Commercio. Se poi l’attività viene svolta su Internet (oggetto misterioso sconosciuto ai legislatori) sono dolori. In Italia c’è poi il problema delle banche: nei paesi civili, le banche finanziano l’idea. Così, se tu vuoi creare qualcosa dal nulla ma non hai i soldi, la banca te li presta. Questo non è possibile in Italia, dove le banche non rischiano un centesimo di euro e preferiscono dare soldi a noti faccendieri o fregare i propri clienti con Bond argentini e azioni Parmalat. Morale? Negli USA i giovani aprono continuamente nuove aziende (le chiamano start-up), in Italia, regna sovrano l’immobilismo e le manovre dei faccendieri (Tanzi, Fiorani, e compagnia).

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Una buona notizia: approvata risoluzione per la moratoria sulla pena di morte. Ruolo dell’Italia decisivo

Archiviato in: Diritti civili — Maurizio ( 10:18 )

La terza commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che chiede la moratoria sulla pena di morte. 99 paesi favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti. Una volta tanto, l’Italia si distingue per una cosa buona: è stato il paese che ha giocato un ruolo di primo piano nella campagna per la moratoria. Se tutto va bene, a dicembre si voterà sulla moratoria vera e propria. Se venisse approvata, la risoluzione non sarà vincolante ma avrà un importante valore morale: la maggioranza dei paesi aderenti all’ONU è contraria alla pena di morte.

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Giovedì 15 Novembre 2007

L’Italia, un Paese alla deriva?

Archiviato in: Società, Educazione, Immigrazione, Xenofobia — Maurizio ( 15:00 )

Il Belpaese: più passa il tempo e meno mi sento italiano. Politici corrotti e condannati all’interno del Parlamento, evasione fiscale diffusa, magistrati corrotti, ministri che ostacolano la giustizia, teppismo, xenofobia, non ci facciamo mancar nulla. Modena: ragazzina di 16 anni viene travolta da un autobus. Muore. I compagni la riprendono con il cellulare e inviano il video su Internet. Si sentono commenti ironici e risate, si sentono frasi del tipo:
“dai, vai a vederla anche tu, ha la testa staccata”
Frasi che fanno inorridire, che fanno gelare il sangue. Cinismo, indifferenza verso la morte, totale assenza di umanità. Come si può essere mostri fino a questo punto? Il preside si dichiara impotente: quando convoca i genitori per qualche fatto commesso dagli studenti, questi prendono le difese dei figli con arroganza e se la prendono con i professori. Genitori che – lasciatemelo dire – farebbero un favore all’umanità se non procreassero. Poi ci lamentiamo dei teppisti, degli ultras. Questi giovani sono il futuro dell’Italia? Altra notizia: sul sito del Ministero degli Esteri romeno, l’Italia è stata inserita nell’elenco dei paesi a rischio per i rumeni. Si legge sul sito del progetto Melting Pot Europa:
“Cosa hanno in comune l’Italia, la Costa Rica, l’Iran o il Messico? Rientrano tutti nell’elenco, pubblicato sul sito del Ministero degli esteri romeno, che include i paesi a rischio per i cittadini della Romania. Niente visite a natale per gli emigrati romeni in Italia. Le loro famiglie lo ritengono un viaggio troppo pericoloso.”
Io vado via dall’Italia.

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Finanziaria: intoppo su art. 91. Mastella non è d’accordo al tetto massimo sugli stipendi dei manager. Glielo aggiustano!

Archiviato in: Politica — Maurizio ( 07:27 )

Quanti intoppi questa finanziaria eh? Mastella si impunta sull’articolo 91. Quell’articolo maledetto, impone un tetto massimo agli stipendi dei manager delle aziende pubbliche. Alla fine sono arrivati ad un accordo (altrimenti Mastella votava contro). Secondo l’accordo, il tetto massimo è 274 mila euro ma non si applicherà sui contratti in corso alla data del 28 settembre 2007 (fino alla fine del contratto). In pratica si applicherà ai contratti nuovi successivi al 28 settembre 2007. Infine non si applicherà alcun tetto ai:
“i contratti d’opera della Rai, le 25 unita’ in deroga corrispondenti alle posizione di piu’ elevato livello di responsabilita’, i dirigenti della Banca d’Italia e delle autorita’ indipendenti.”
Insomma, ciò che non può Turigliatto sull’ICI, può Mastella sugli stipendi dei manager. Qualcosa non mi torna. Intanto apprendo con amarezza che Turigliatto intende abbandonare i lavori dell’Aula con questa finanziaria:
“Considero esaurita la mia battaglia su questa Finanziaria e abbandono i lavori dell’Aula. E’ compito di chi condivide questa politica garantire questa maggioranza. Non è il mio caso”
Mi dispiace davvero. Uno dei pochissimi uomini di sinistra che era rimasto. Speriamo che non abbandoni anche Rossi…

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Mercoledì 14 Novembre 2007

La UE stanzia 275 milioni di euro per i rom: l’Italia non lo sapeva!

Archiviato in: Politica, Immigrazione — Maurizio ( 14:03 )

La UE stanzia 275 milioni di euro per i rom: l’Italia non lo sapeva! Beppe Grillo si presenta a Bruxelles, nella sede dell’Europarlamento e denuncia le ben note magagne italiane in fatto di fondi europei. Tratto dal blog di Beppe Grillo:
“Dalla Comunità Europea arrivano ogni anno in Italia miliardi di euro. Che fine fanno? I cittadini italiani non lo sanno. Per avere informazioni possono solo rivolgersi ai giudici. Ma i giudici, quando intervengono, vengono sempre bloccati dal Governo, dai partiti. E allora rimaniamo sempre all’oscuro di tutto. I finanziamenti della Comunità Europea sono in fin dei conti soldi nostri. L’Italia partecipa con gli altri Paesi a un fondo comune che viene ridistribuito. Soldi che vanno e che tornano indietro. Un po’ come il riciclaggio senza controllo del denaro sporco. Le nostre tasse finanziano i finanziamenti europei del cui utilizzo i cittadini italiani non sanno mai nulla. Se servono, se non servono, che benefici portano, quando si concludono. Il vice presidente della Comunità Frattini e il ministro alle Politiche Comunitarie Bonino sono persone molto riservate. A Prodi non hanno detto che Barroso aveva stanziato 275 milioni di euro per l’integrazione della comunità Rom. L’Italia non ha chiesto nulla, la Spagna ha avuto 52 milioni e la Polonia 8,5 milioni. La Polonia?? I rom sono andati anche in Polonia? Pensavo che fossero tutti in Italia. Per una volta che potevamo usare i fondi per una buona ragione non li abbiamo chiesti. Ed è strano. Perchè a Bruxelles perfino le nostre Regioni hanno aperto uffici comunitari faraonici, pagati da noi, per accedere ai fondi. Hanno più impiegati di tutti gli altri Stati. I miliardi di euro che entrano in Italia hanno portato a opere inutili, viadotti, rotonde supermercati a tema come il tunnel della Tav in Val di Susa e Mediapolis in Piemonte. Hanno finanziato progetti mai portati a termine, depuratori, energia alternativa. Sono finiti in tasca a quella zona grigia che collega i partiti alle imprese, ai gruppi criminali.”
I politici italiani, non sapevano nulla dei fondi europei per i rom. Non li hanno mai chiesti! Eppure esistono dal 2000. Né Berlusconi né Prodi ne hanno usufruito. Questi fondi servivano per l’integrazione della comunità rom. Per aiutare ad eliminare le baraccopoli! Prodi non ha neanche aderito alla moratoria per rallentare il flusso di rom dal primo gennaio 2007 (ingresso in UE della Romania). Ma che fanno questi politici, dormono? A Bruxelles erano presenti Grillo, Luigi De Magistris e Marco Travaglio.

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La Commissione Europea: in Italia non c’è concorrenza su TLC. Prezzi troppo elevati e Digital Divide.

Archiviato in: Internet, Monopolio, Tecnologia, Lobby — Maurizio ( 13:59 )

La Commissione Europea a Strasburgo, ha adottato il pacchetto per le TLC, dove si richiede la separazione funzionale delle reti, un’ Authority europea ed il dimezzamento dei mercati delle telecomunicazioni regolamentati. Questo per revisionare il sistema delle telecomunicazioni europee, la cui regolamentazione risale al 2002. Il commento del commissario UE alle TLC, Viviane Reding:
“Anche in Italia la mancanza di concorrenza effettiva penalizza i consumatori che in questa situazione sono i perdenti, pagando tariffe più elevate”
L’Italia, secondo la Commissione, è tra i Paesi (insieme a Grecia, Malta, Polonia) rimasti indietro sul fronte della concorrenza. Ma va? I prezzi delle linee ADSL sono alti a causa del monopolio Telecom Italia. Esiste il Digital Divide, la banda larga non è adeguatamente sviluppata su tutto il territorio (ci sono comuni che vanno a 56 Kbps, SIC!). L’UMTS è stato affossato a causa delle tariffe spropositate. Il Wi-Fi anche. Vogliamo parlare del futuro affossamento – viste le premesse – del Wimax? Sono cose evidenti anche per la Reding. Solo Bersani, Gentiloni, AGCOM ed Antitrust non se ne accorgono. Loro dormono.

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