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Lunedì 10 Novembre 2008

Di nuovo la censura sui blog: che palle!

Archiviato in: Politica, Blog, Censura — Maurizio ( 11:15 )

Basta, non ne posso più di questi continui attentati alla libertà della Rete! Sono anni che i nostri monarco-politici ci provano. Anni. Non conto più i decreti bipartisan (di destra e di sinistra) che arrivano in Parlamento in sordina. Ora ci riprovano con un nuovo decreto che obbliga i blogger alla registrazione nel ROC (Registro Operatori di Comunicazione), equipara i blogger ai giornalisti e li rende passibili del reato di stampa clandestina. L’albo dei giornalisti è stato istituito dal fascismo. Oggi tirano fuori il ROC. Io annuncio in anticipo quello che farò se passerà questa legge:
  • Registrerò un nuovo dominio anonimo
  • Installerò il blog su un server in Svezia
  • Scriverò i post dagli Internet point
  • Inviterò tutti i visitatori all’uso di un server DNS pubblico e straniero
Se non dovesse bastare, installerò linux su una chiavetta, con tanto di TOR e li userò entrambi dall’Internet point. Se non dovesse bastare, scriverò i post sulle piattaforme estere tipo Wikileaks che permettono a chiunque di scrivere in modo anonimo. Se questi brontocrati-monarco-politicanti pensano di attuare la censura, si sbagliano. Persino in Cina, dove esiste una struttura hardware e software preposta allo scopo, dove i server DNS sono controllati e gestiti dallo stato, dove esistono migliaia di addetti al controllo delle informazioni e alla censura, beh, persino lì, i blogger che vogliono scrivere in modo anonimo ci sono. In altre parole, cari monarco-politicanti: se volete la guerra, sappiate che ci sono molti modi per attuarla. Avete paura della democrazia? Beh, è davvero difficile “spegnere Internet” come vorreste voi. Pensateci.

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Come trasformare le forze dell’ordine in belve sanguinarie in poche semplici mosse

Archiviato in: Politica, Sicurezza, Psicologia — Maurizio ( 09:18 )

21 giugno 2001, Genova, G8, assalto della “celere” alla scuola Diaz. Vengono i brividi a leggere l’articolo di Giuseppe D’Avanzo:
“[…] Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta “chiudendo” la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l’accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i “tonfa” o “telescopic baton”, più che un manganello un’arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: “può uccidere”, se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: “You are black bloc, we kill black bloc” (”Tu sei un black, noi ti uccidiamo”). Covell cade finalmente a terra. E’ semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i “celerini” che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall’indifferenza, in quell’angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E’ ancora aperta l’indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L’accusa: tentato omicidio). [..]”
e ancora:
“[…] Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è “aperta” come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida “Basta!”. Raggiunge la ragazza. “La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un’autoambulanza”. (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra). […]”
Eppure alla Celere insegnano ad usare il manganello in maniera diversa:
“[…] L’obiettivo dell’uso di quest’arma non è quello di procurare lesioni, ma è quello di interrompere un’attività illegale. Ti colpisco - mai alla testa, solo su gambe e braccia - se non indietreggi, ti colpisco se mi affronti, ti colpisco quando le circostanze mi dicono che devo invadere il territorio nemico. Ma le regole sono ferree: è il funzionario, cioè un vicequestore, a coordinare le operazioni e a comandare la carica. E in genere il comando arriva solo quando si ravvisano comportamenti contrari alla norma [..]”
E allora? Ci si potrebbe chiedere come possano accadere fatti simili. Per capirlo suggerisco caldamente la lettura di questo testo: l’esperimento Milgram. Si tratta di una lettura molto illuminante. Quell’esperimento, condotto nel 1961, dimostra chiaramente come l’uomo possa trasformarsi in belva sanguinaria se “controllato” dall’alto. Sono gli ordini, gente. Vanno eseguiti. Come ulteriore prova, ecco le parole del Senatore Francesco Cossiga:
“[…] Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì […]”
Ah, ecco. Ora è tutto chiaro. E’ la democrazia questa. Una volta era anche “cristiana”. Democrazia Cristiana, appunto. Kossiga docet. Ora mi chiedo: viste le lesioni provocate (alcune irreversibili), se davvero il nostro paese fosse democratico, se vivessimo davvero all’interno di uno stato di diritto, non sarebbe forse il caso di mettere in carcere gli autori di queste violenze? Ma - soprattutto - non sarebbe il caso di mettere in carcere coloro che ordinano simili pestaggi?

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