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Lunedì 21 Aprile 2008

Questa automobile l’ho disegnata io!

Archiviato in: Società, Automobili — Maurizio ( 08:00 )

automobile del futuro Ultimamente ho notato un “curioso” trend nel nostro tartassato paese. Un paese dove la gente non arriva alla terza settimana del mese. Forse la seconda. Il trend è quello dell’auto grossa. Mi sembra un po’ come quello del “coso” più lungo (sì, esatto, quel complesso che affligge alcuni maschietti). Ci sono persone che non fanno mai la doccia nelle palestre, proprio per evitare “confronti”. Evidentemente il complesso si deve essere trasferito anche alle quattro ruote. Ora, lo so che voi pensate che sono “comunista” e “dittatore”, ma quelli che girano con il SUV proprio non li reggo. SUV, è acronimo di Sport Utility Vehicle, un veicolo assolutamente indispensabile in città. Soprattutto se devi andare a comprare le sigarette al tabaccaio sotto casa. Scusate, sarò un po’ all’antica, ma secondo me il fuoristrada è stato ideato per andare nelle foreste e nei deserti non per andare in città. Il trend iniziò timidamente con le station-wagon. Si diceva che le usavano le famiglie con molti figli. Poi uscirono auto più ingombranti come l’Espace. Poi arrivarono fuoristrada e SUV. Poi quelle specie di pulmini tipo la Viano. Sì, la Viano è pensata per famiglie maxi, un po’ oversize, via. Tipo la famiglia Bredford per intenderci. Il massimo credo sia stato raggiunto con quei cosi, come si chiamano, sì i pick-up con la prolunga. Beh, sapete, visto il trend che si è ormai delineato, ho un’idea da proporre alla Fiat per la loro prossima auto. Gli italiani faranno follie per averla. Eccola qui. Questa moda delle auto grosse, l’abbiamo importata dagli americani insieme alla Coca-Cola, alle patatine e agli hamburger. Ragazzi, quando la finiremo di copiare gli yankees?

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Mercoledì 9 Gennaio 2008

Microcar e gadget elettronici in auto: un mondo alla rovescia

Archiviato in: Ambiente, Società, Salute, Automobili, Tecnologia — Maurizio ( 09:18 )

È un mondo al contrario quello nel quale viviamo. Prima notizia. Le “microcar”, le piccole automobili che si possono guidare già dall’età di 14 anni, sono sotto accusa: i sindaci di molti comuni le odiano perché nei centri storici, causano il doppio degli incidenti delle auto normali. Ovviamente, se chiedi il parere a Stefano Casalini, presidente del Gruppo Quadricicli dell’ANCMA (l’associazione ciclo motociclo e accessori), la risposta non può che essere questa:
“C’è molta confusione sulle vetturette e tutto nasce dal fatto che si continuano a paragonarli alle auto. Ma le microcar sono ciclomotori, solo molto più sicuri: io li definisco “scooter con il casco integrale”, che in questo caso non protegge solo la testa ma tutto il corpo”.
Già, perché queste “vetturette” non superano i 50 km/h. Altra notizia. Le auto saranno sempre più infarcite di gadget elettronici. La parola d’ordine è interattività. Non bastano cellulari e navigatori, in futuro ci sarà anche la possibilità di aggiornare il blog direttamente dalla propria auto. Bene, su queste due notizie vorrei fare alcune riflessioni. Primo: solo in Italia (ma la situazione ritengo sia analoga a quella di altri paesi) c’è un rapporto tra numero di abitanti e di auto circolanti, assurdo. Ci sono 58 milioni di abitanti (vecchi e bambini compresi) e 23 milioni di auto circolanti. Il mercato non dovrebbe essere saturo? Infatti è così, e se non fosse per gli “aiuti” governativi, le aziende costruttrici di automobili, sarebbero fallite da un pezzo. La FIAT è sopravvissuta grazie alla cassa integrazione – denaro pubblico – alle marmitte catalitiche (che alla fine inquinano di più di quelle normali) e ai vari euro 3-4-5-6-7-8-9 (ad libitum) che impongono l’acquisto di una nuova auto ogni due anni (altrimenti non puoi circolare). Invece di disincentivare l’uso dell’auto, lo si incentiva (microcar e gadget elettronici). Invece di limitare le vendite di auto, si studiano sistemi per aumentarle (leggere stenografico delle commissioni parlamentari per credere). Non va. Le microcar sono dei ciclomotori più sicuri, si dice. Bene, ma i ciclomotori – per definizione – sono meno sicuri delle auto. A prescindere. A 14 anni non ragioni come a 18 (ma secondo me anche a 18 non si scherza). Sei più incosciente e meno responsabile. Ma le microvetture non superano i 50 km/h, si dice. Bene, ma i crash test (andare su YouTube e vedere i filmati) dimostrano che a velocità inferiori di 50 km/h, se ci si schianta contro un muro, si schizza fuori dall’auto attraversando il parabrezza. No, tanto per dire. Ma siccome in fatto di incidenti automobilistici ci vogliamo proprio male, aggiungiamo nelle auto una miriade di fonti di distrazione. Non bastavano i cellulari. No, ora si naviga su Internet e si aggiorna il blog. Mi sembra quasi di vederli certi blogger “web 2.0 addict”. Sapete, quelli che non solo bloggheggiano ma twittano, flickereggiano, facebookkano, tumblireggiano… Quanta attenzione porranno alla guida? Hmmm, prevedo per il prossimo futuro, un aumento pauroso di incidenti automobilistici. Insomma, si inquina di più, si crea più traffico, ci si stressa di più e si rischiano più incidenti. È proprio un mondo al contrario. Un mondo più vero dovrebbe essere diverso. Mezzi pubblici efficientissimi e meno auto in circolazione, meno traffico, meno inquinamento e più soldi in tasca. Io sogno una casa in campagna e una vita all’aria aperta. Sogno un mondo dove i costruttori di auto non ti fregano con la truffa dei filtri antiparticolato (in città accumuli le particelle nocive e quando esci in campagna le liberi nell’aria). Sogno di respirare aria pura al posto del piombo e del Co2. Questo è il mondo che vorrei. Altro che gadget elettronici in auto e microcar.

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Sabato 17 Novembre 2007

Una condizione di vita ‘a misura d’uomo’ è possibile?

Archiviato in: Società, Salute, Lavoro, Automobili, Riflessioni — Maurizio ( 19:30 )

Questo è un post che avrei voluto scrivere da molto tempo. L’incidente che ho avuto ieri mentre tornavo a casa dal lavoro, mi ha spinto alla fine a mettere i miei pensieri su ‘carta virtuale’. L’argomento è: la qualità della vita. Io abito a Roma e la mia vita è simile a quella di migliaia di persone. Né migliore né peggiore. Vorrei raccontare la mia routine quotidiana, per poi analizzarla per fare delle riflessioni. Premetto che la mia non vuole essere una sorta di lamentela o di sfogo, è solo un modo come un altro per discutere di concetti dei quali sono profondamente convinto. Si parte.

La routine quotidiana

Alle 6 di mattina suona la sveglia. Fuori è buio oppure inizia a schiarire, dipende dalla stagione e dall’ora legale o solare. Indipendentemente dalle condizioni climatiche e dal sonno, la sveglia impone la brusca interruzione di un’attività fisiologica. Ti alzi e ti prepari per andare al lavoro. Ora, io la mattina - prima di uscire di casa - faccio un sacco di cose. Rifaccio il letto, faccio colazione, lavo i piatti della sera prima, mi faccio la doccia (a giorni alterni mi lavo anche i capelli), espleto tutte le attività fisiologiche che ehm, non credo sia necessario descrivere vero? :D Alla fine mi vesto ed esco di casa. Il tempo a disposizione è cronometrato al minuto. Già, perché dovete sapere che - dove abito io - se esci di casa 5 minuti dopo (non esagero, si tratta proprio di minuti) trovi un traffico tale da ritardare una buona mezz’ora. Ritardare mezz’ora al lavoro, significa non trovare parcheggio per la macchina. Significa uscire più tardi dal lavoro. Significa arrivare più tardi a casa. Quindi è vitale rispettare gli orari. Si comincia a correre a partire da quando suona la sveglia. Siamo tanti Fantozzi. Prendete la metropolitana la mattina: vedrete migliaia di persone correre come pazzi. Fermatevi per un momento ad ‘ascoltare’ il traffico: continui colpi di clacson, automobilisti inviperiti, motorini che transitano sui marciapiedi. Tutto questo è fonte di stress. Per evitarlo, dovrei evitare di prendere la macchina e usare i mezzi pubblici. Beh, lo farei se non fosse per il fatto che a quell’ora - sempre dove abito io - prendere i mezzi pubblici è un’odissea. La metropolitana è invivibile. Scatole di sardine. Una volta arrivato al lavoro, dovresti poter rifare la doccia. Quindi non si cambia molto, si trasla solo la fonte dello stress. Comunque siamo arrivati al lavoro. Ora, il mio lavoro non mi piace molto, diciamo che è stato una sorta di ripiego. Lo svolgo senza infamia e senza lode, ma non potrei dire di certo che lo faccia con passione. A dire il vero, la passione potrebbe anche esserci, se non fosse per il fatto che te la fanno passare (ma questo è un discorso lungo che esula dal contesto di questo post). Finite le 8 ore obbligatorie (le 40 ore settimanali sono state una dura conquista dei lavoratori), si torna a casa. Ci si rimette in macchina. Il viaggio in automobile, va analizzato anch’esso, in quanto è fonte di stress. Bene, ora ragioniamo su quanto esposto. Analizziamo alcuni punti chiave.

La sveglia

Partiamo dalla sveglia: è qualcosa di innaturale, poiché il nostro orologio biologico interno rispetta i cicli circadiani. Questo significa che l’uomo si sveglia naturalmente quando sorge il sole. E’ dimostrato che la luce è correlata direttamente al sonno. Il buio riduce la produzione di cortisolo ed aumenta quella della melatonina. La luce del sole, attraversando le palpebre, colpisce la retina la quale invia stimoli all’ipotalamo, all’ipofisi e alla ghiandola pineale e i livelli di cortisolo/melatonina si invertono. Insomma, se è buio, l’uomo non si desta dal sonno naturalmente: occorre la sveglia, lo strumento più innaturale che sia stato mai inventato. Esiste anche un tipo di depressione, chiamata ‘disturbo affettivo stagionale’ (SAD) correlata alla produzione di melatonina e all’esposizione alla luce solare. Del resto, le statistiche confermano come la percentuale di suicidi sia più alta nei paesi del nord Europa (dove c’è minor luce solare). Insomma, la sveglia è la prima fonte di stress.

Il traffico

Vediamo ora il traffico: le aziende, le scuole e gli uffici, aprono più o meno alla stessa ora. Ciò significa che esistono le ore di punta. Il traffico è incrementato anche dalla scarsa efficienza dei mezzi di trasporto pubblici. Basta osservare la situazione di Paesi civili come la Francia o l’Inghilterra. Paesi dove il sistema dei mezzi di trasporto pubblico è efficiente. Questi problemi i politici nostrani non li capiranno mai, in quanto loro viaggiano con le auto blu e come è noto, l’Italia detiene il record mondiale come numero di auto blu (574.215, quasi il decuplo di quelle presenti in Francia). Il traffico è fonte di stress, anche perché gli italiani al volante sono inviperiti.

Gli italiani sono un popolo di ‘furbi’

Sempre dove abito io, gli automobilisti non sono molto disciplinati. La regola fondamentale è: fare i ‘furbi’ (diciamo così) più degli altri. Regola che mi risulta difficile da applicare, in quanto non sono furbo per natura. Cosa significa? Beh, c’è un detto che illustra bene il concetto: “chi pecora si fa, lupo se la magna”. La conseguenza di questa ‘furbizia’, del non rispettare le comuni regole del codice stradale, è la possibilità di fare incidenti. E’ solo un discorso di casualità, di probabilità, di numeri. Due volte al giorno (andata e ritorno), tutti i santi giorni, beh, alla fine non si scappa. Qualche furbetto che magari è pure maldestro lo trovi, ed ecco l’incidente. E’ puro caso. Non ci sono strategie per evitarlo. Io ci ho riflettuto parecchio. Del resto un giorno si ed uno no, vedo un motorino sdraiato sull’asfalto. Questi incidenti non accadrebbero se la gente rispettasse le regole del codice della strada. Un po’ come quando si è alla posta o al negozio di alimentari: ormai hanno dovuto adottare i ‘numeretti’ un po’ ovunque, perché la gente non rispettava la fila e sgomitava per essere servita prima. Noi italiani abbiamo la ‘furbizia’ incastonata nel cervello, non si scappa. Sembra quasi essere una virtù. Infatti chi va avanti fregando il prossimo, si dice che ‘fa il furbo’, mentre si dovrebbe dire più correttamente che ‘fa lo stronzo’. Poi però ci lamentiamo dei politici (che sono lo specchio dei cittadini che li hanno votati). Da notare che nei giorni non lavorativi, negli orari con meno traffico, gli automobilisti sono più disciplinati e rispettano le file. Non sottovalutiamo questo punto, perché è importante. Basterebbe modificare gli orari di apertura di scuole, aziende ed uffici per migliorare un po’ le cose.

L’orario di lavoro

Consideriamo ora l’orario di lavoro: chi lo ha detto che è necessario lavorare 8 ore al giorno? Se lo scopo è il raggiungimento di un obiettivo, seguire uno schema rigido di ore lavorative non è necessario. Lo ha capito IBM, consentendo ai dipendenti maggiore libertà su orari e ferie: l’importante è il raggiungimento dell’obiettivo. Incredibilmente, così facendo, si è avuto un aumento di produttività. L’orario di lavoro è qualcosa di arcaico che risale al lavoro nelle fabbriche, alla catena di montaggio che, come ben sappiamo è un’attività alienante.

La coscienza di classe

La cosa più interessante però è che non ci rendiamo conto della scarsa qualità della nostra vita. Non ridete se rispolvero vecchi concetti come quello della coscienza di classe e dell’alienazione del lavoro. Non sono vecchi concetti e vecchie ideologie. Al contrario, sono terribilmente attuali. Anche se non esistono più le catene di montaggio di una volta, anche se dall’era industriale siamo passati all’era dei servizi, il problema non è mutato di una virgola. Oggi - così come allora - esistono i padroni e gli operai. I primi godono di uno stile di vita innegabilmente migliore. Oggi gli operai si chiamano lavoratori dipendenti, e i padroni si chiamano datori di lavoro, ma non è cambiato nulla. I termini sono più dolci, si usano degli eufemismi, ma la sostanza è la stessa. I lavori dove il rapporto padrone-operaio risulta più marcato sono quelli svolti all’interno dei call center. Ho usato il termine ‘operaio’, ma in alcuni casi il termine ’schiavo’ sarebbe più calzante.

L’alienazione del lavoro

La cosa interessante è l’adattamento dell’uomo. L’uomo è l’animale più adattabile della terra: ecco perché non si è estinto nei millenni. Supera magnificamente tutti gli ostacoli creati dalla selezione naturale. Questo significa che ci siamo così abituati a questo stile di vita da considerarlo ineluttabile. Anzi, molti neanche si rendono conto della loro alienazione (per non parlare di coloro che considerano il lavoro lo scopo principale della vita). La maggioranza delle persone, è costretta a sottostare alle decisioni prese dai padroni. La conseguenza inevitabile è che - essendo esclusi dalla catena decisionale - si avverte il proprio lavoro come qualcosa di estraneo, come una pratica da espletare il prima possibile. Questa è l’alienazione del lavoro. Tutto ciò non è naturale.

La falsa scusa del costo del lavoro

Chi è diventato padrone, spesso è arrivato al comando grazie a manovre scorrette e prive di scrupoli. Pochi sono quelli che hanno raggiunto i vertici grazie alle loro effettive capacità. Coloro che fondarono aziende come la Pirelli, la Fiat, la Telecom (come si chiama oggi) et similia, erano persone innovative; coloro che sono subentrati successivamente, sono al contrario dei faccendieri che speculano finanziariamente (vedi il caso emblematico di Tronchetti-Provera). La crisi del lavoro deriva da qui, non ci prendiamo in giro. Deriva dalla mancanza di innovazione, non dal costo del lavoro. I ricchi esistono in quanto impoveriscono le masse con lo sfruttamento. Se tutti guadagnassimo le stesse cifre infatti, non esisterebbero né ricchi né poveri. I Paesi ricchi sfruttano quelli più poveri e le persone ricche sfruttano quelle più povere. Questo stile di vita innaturale, non produce solo stress ma arreca veri e propri danni alla salute. Io lavoro 8 ore davanti ad un computer. Bene, è dimostrato che lavorare più di otto ore al giorno davanti ad un video aumenta la probabilità dell’insorgere di patologie come il glaucoma. Patologie gravi. Non sono scherzi questi: sono dati statistici. Ecco perché per legge, ogni due ore occorre effettuare una pausa di 15 minuti, possibilmente guardando lontano. Ma tutto deriva dal fatto che - sempre per legge - l’orario di lavoro ha la durata di 40 ore settimanali (legge n. 196 del 1997). Alcuni Paesi hanno adottato le 36 ore (e oggi i padroni si lamentano). Alcune aziende intelligenti hanno limato i vincoli dell’orario di lavoro (e ne raccolgono i frutti in termini di maggiore produttività). Ma è ben poca cosa. Il capitalismo, la globalizzazione, portano ad ideologie aberranti (vedi la flessibilità). Invece di ridurre l’orario di lavoro, si tende ad allungarlo, abusando degli straordinari. I padroni chiedono sempre di più e offrono sempre di meno: infatti per loro la crisi economica è dovuta al costo del lavoro. Secondo me invece, la crisi economica, specie quella italiana è dovuta alla incapacità imprenditoriale dei faccendieri che comandano. Non si fa ricerca, non si fa innovazione, si resta ancorati agli schemi produttivi di 40 anni fa. Per imitare il modello cinese (inapplicabile in Italia) si produce all’estero (vedi le 20.000 aziende italiane in Romania). Questo è il problema.

Quando la storia è terribilmente attuale

Una volta le condizioni dei lavoratori erano pessime: si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Il primo maggio 1866, a Chicago, i sindacati organizzarono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Il 3 maggio gli scioperanti si incontrarono davanti alla fabbrica McCormick e vennero attaccati dalla polizia. Gli operai allora organizzarono un presidio a Haymarket Square. La polizia ordinò alla folla di disperdersi. Un ordigno esplose e morirono 12 persone e 7 poliziotti. La polizia aprì il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone 11. Più tardi, il primo maggio venne dichiarato festa dei lavoratori. Tale festa venne sospesa solo durante il ventennio fascista. Chissà perché a me vengono in mente, per associazione, i fatti del G8. Mah! Nonostante ciò, 10 anni dopo, nelle fabbriche si lavorava ancora 11-12 ore in media, mentre nelle piccole imprese si lavorava anche 15-16 ore al giorno. Nel 1900 negli USA, la maggior parte degli operai lavorava ancora 10 ore al giorno. In Italia per molto tempo fu in vigore il regio decreto 992/1923 che fissava il tetto massimo dell’orario lavorativo in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali (più 12 ore settimanali di straordinari). Le 40 ore settimanali furono una conquista che si ottenne molti anni dopo, esattamente nel 1969, grazie a successive dure lotte ed accordi contrattuali. I primi furono i metalmeccanici, che con il contratto nazionale del 1969 ottennero aumenti salariali uguali per tutti, e la riduzione d’orario a 40 ore settimanali. Successivamente si adeguarono tutte le altre categorie. Nel 1969 iniziò la cosiddetta ’strategia della tensione’ con la famosa strage di piazza Fontana (sulle responsabilità della vicenda non si fece mai luce). Ad ogni modo, in Italia le 40 ore settimanali vennero sancite per legge solo nel lontano 1997 (legge 196/1977). Nel 1993, la Comunità Europea, con la direttiva 93/104/CE, stabilì il tetto massimo dell’orario lavorativo in 48 ore settimanali (compresi gli straordinari). Tale direttiva venne modificata con quella del 2003, confermando il tetto delle 48 ore. L’11 maggio 2005 però, la Commissione Barroso presentò una modifica alla direttiva del 2003. In tale modifica si portava il tetto massimo da 48 ore a 65! I paesi che spingevano a favore dell’aumento del tetto massimo erano la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Europa dell’Est. Insomma, questa storia dell’orario del lavoro è un tema molto caldo. Un capitolo mai chiuso definitivamente. Tratto da Resistenze.org:
“Ancora una volta l’inizio di un nuovo ciclo di lotte viene inaugurato dagli operai della FIAT, che il 30 marzo del 1968 scendono in sciopero per l’orario di lavoro e il cottimo. Il 19 aprile del 1968 a Valdagno (Vicenza), gli operai della Marzotto in segno di protesta contro il paternalismo padronale, durante una lotta per  aumenti salariali, abbattono la statua del fondatore dell’azienda. Pochi mesi dopo, nell’estate, lotte dure scoppiano a Porto Marghera e alla Pirelli Bicocca di Milano. Le lotte, nate alla FIAT, si estendono su tutto il territorio nazionale. Per contrastare l’azione padronale e la linea sindacale considerata da molti lavoratori “troppo moderata”, in alcune località operai e impiegati, insieme, danno vita a nuove forme di organizzazione unitaria: i Comitati di Lotta. A Cagliari (Italallumina, Rumianca) ed a Napoli (Italsider, Ignis Sud), attraverso i comitati di lotta, vengono sperimentate nuove forme di organizzazione. Alla Pirelli di Milano, nella lotta per il controllo dei cottimi e agganciarli all’inflazione, si diffonde a livello di massa la critica contro i partiti, compreso quello comunista, accusati da consistenti gruppi di operai di avere più a cuore gli interessi dei capitalisti che quelli degli operai.”
A me questa storia sembra terribilmente attuale…

La soluzione?

Il lavoro è un concetto nato nelle società umane. Ciascuno di noi produce e consuma. Ma non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro è una necessità, non un piacere (tranne per pochi casi fortunati). Forse sarebbe il caso di renderlo più gradevole. La nostra vita è piena di stress. Non è naturale. Vediamo come me la immagino io una vita più a misura d’uomo, e poi vediamo se è utopia o se è realizzabile. Una vita senza sveglia. Senza orari di lavoro. Mi viene in mente il telelavoro, la libera professione, il lavoro autonomo o - molto più semplicemente - lavorare ragionando per obiettivi. Ma il telelavoro non prende piede e gli orari di lavoro non si toccano. Manca la sensibilità politica e sindacale. Se politici e sindacati non sono sensibili a problemi come il lavoro precario, potranno mai essere sensibili a problemi come lo stress da lavoro? Ne dubito. Io sono ateo e non credo nell’aldilà. Credo a questa vita che abbiamo e che non dobbiamo sprecare, perché è una sola. Visto che sperare in un aiuto fornito dalla politica è pura utopia, occorre arrangiarsi da soli. Vedo due strade: andar via dall’Italia (magari in un piccolo villaggio di pescatori in un’isola sperduta nell’oceano indiano) oppure gestirsi il lavoro in modo autonomo, aprendo una attività propria. Il lavoro autonomo rende più indipendenti e liberi da vincoli innaturali. Scartando l’ipotesi dell’emigrazione, non resta altro che aprire una attività propria. Il problema è che in Italia - a differenza dei Paesi civili - aprire una attività propria è un incubo. Tutto è studiato per scoraggiare la libera iniziativa. In Italia esiste ciò che in economia viene definita “barriera all’entrata”. Cioé, se non guadagni da subito una certa cifra, il fisco ed il sistema contributivo ti uccidono prima ancora di iniziare. Per non parlare poi degli studi di settore, dove è previsto un guadagno minimo. Dichiari un minor guadagno di quello che LORO stabiliscono? Non è possibile. LORO dicono che stai evadendo il fisco. Ragazzi, è dura vivere in Italia. Ma tornando allo stile di vita innaturale, credo che occorra fare qualcosa per cambiare le cose, per vivere una vita più a misura d’uomo. A livello politico, sono molte le cose che si potrebbero fare. Basterebbe maggiore sensibilità verso certi problemi e la volontà nel volerli risolvere. Idee? Suggerimenti? Commenti? Come la pensate?

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Venerdì 16 Novembre 2007

Giuro che vado via dall’Italia!

Archiviato in: Società, Automobili, Educazione, Uomini — Maurizio ( 11:21 )

Oggi non vado al lavoro: devo scrivere una denuncia. Ieri ho avuto un incidente con la macchina. E’ il quarto da quando possiedo questa Peugeot 206. 4 in meno di 5 anni. Il primo: sono fermo al semaforo e mi tampona una ragazza. Non vuole fare il CID. Il padre è carabiniere e non fa la denuncia. Faccio i salti mortali appellandomi ad una circolare ISVAP e riesco a farmi pagare (di solito chi tampona ha torto, ma il carabiniere voleva fare il furbo). Il secondo: sono fermo al semaforo e dietro di me c’è un grosso camion. All’autista slitta il piede dal freno e mi tampona. Non è simpatico essere tamponati da un camion. Il terzo: mentre mi accingo a svoltare a sinistra, un ‘furbo’, da destra mi sorpassa e - intenzionato anche lui a svoltare a sinistra - mi taglia la strada. Urto inevitabile. Il quarto: mi accingo a svoltare a sinistra e un ‘distratto’, mi sorpassa da destra e - anche lui intenzionato a svoltare a sinistra - mi taglia la strada. Anche qui, urto inevitabile. Ora, se non fossi un materialista convinto, crederei alla sfiga. La scienza dice che la sfiga non esiste, siamo noi a vedere solo le cose negative che ci capitano (sottovalutando quelle positive). Ok, può essere, però ci sono persone che dichiarano di non aver avuto mai incidenti con la macchina. Io invece, mi sento come se sul tettino della mia 206 ci fosse attaccato un cartello con scritto: “prego, venitemi addosso”. Io abito a Roma, e, voi che abitate in Trentino, dovete sapere che da noi il rispetto delle regole è qualcosa di misterioso e di sconosciuto. Da noi le autovetture non procedono in fila indiana una dietro l’altra. No, da noi esiste la fretta. Da noi si procede per file parallele sempre. Anche se non c’è spazio. Anche se non è consentito. E siccome lo fanno tutti, la gente è convinta che tale modo di guidare sia legale e consentito. Ovviamente nessuno vuole fare il CID. Il signore di ieri (che se hai una certa età perché ti metti alla guida della macchina?) sembrava volerlo fare anche se titubante. Inutile dire che non ci siamo messi d’accordo sul disegno: “no, se lo fa così sembra proprio che all’ultimo momento le ho tagliato la strada”. Ehm…ma è esattamente quello che è accaduto, pensavo dentro di me. Ok, ognuno farà la sua denuncia. Ah, dimenticavo: quando hai un incidente con la macchina, di solito è buio, piove e fa freddo. Testimoni? Una volta, chiamai i vigili. Non arrivarono. Dopo un ora passò una pattuglia: “non siamo di zona, quelli di questa zona sono occupati, fate il CID”. E se ne andarono. Voglio andare via dall’Italia.

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Martedì 18 Settembre 2007

Traffico

Archiviato in: Società, Automobili, Educazione — Maurizio ( 20:15 )

La vita nelle metropoli non è a misura d’uomo. Non è naturale. Lo sapevano bene i pubblicitari che hanno ideato lo spot della Cynar. “Contro il logorio della vita moderna”, recitava lo spot. Ma di questo argomento parlerò in un prossimo post. Oggi parliamo di vita in automobile. Già, di vita, perché le statistiche dicono che in media, nelle grandi città, si trascorrono un paio d’ore in automobile ogni giorno. Due delle preziosissime 24 ore di cui disponiamo. Suona la sveglia, quello strumento infernale inventato dall’uomo per combattere il fisiologico bisogno di sonno, e già sei incazzato. Fai colazione e ti prepari per andare al lavoro. Vai sempre di corsa e al tuo confronto, Fantozzi è un dilettante. Scendi in strada, ancora non infili la chiave nella serratura della portiera e già smadonni. Già, perché qualcuno ha pensato bene di parcheggiare la sua auto in doppia fila, bloccando inesorabilmente la tua. Apri la portiera e cominci a sfogare l’istinto omicida sul clacson. Ma colui o colei che ti ha bloccato, sembra lontano/a mille miglia. Tutte le mattine vai di fretta, temendo di arrivare tardi al lavoro. Quella mattina però inizia storta. Dopo venti minuti di strombazzamenti, eccolo, arriva lui sorridendo. Con una calma serafica e un sorriso ad 84 denti ti fa “ecco, la tolgo subito”. Ecco un cazzo, pensi tu sorridendo a denti stretti. Però pensi anche che poteva andare peggio. Potevi trovare un’auto parcheggiata a fianco della tua. Attaccata alla tua. Dalla parte del guidatore ovviamente. Una volta un tizio parcheggiò a 20 cm dalla mia auto. Impossibile aprire la portiera. Ma occhio eh? Conosco un tizio che gira sempre con un chiodo da carpentiere da 15 cm. State attenti - voi che parcheggiate con ‘noncuranza’ – potrebbe capitarvi di incontrarlo. Ritrovereste la vostra auto con un bel ‘ritocco’ alla carrozzeria. Di quelli che si ricordano a lungo. Ma torniamo all’auto. Sei riuscito ad uscire dal parcheggio. Ti ‘butti’ letteralmente nel traffico. Un fiume di autovetture che guizzano a destra e a sinistra. Per fortuna che nessuno può sfrecciarti sopra o sotto! Aaaah! Si inizia subito con dei simpatici lavori in corso. La carreggiata è stata ristretta e si passa con il contagocce. Due operai stanno lavorando vicino ad un tombino. Il loro lavoro durerà almeno due o tre mesi. Se tutto va bene. Altrimenti passerà tanto di quel tempo che transenne ed operai diventeranno parte del paesaggio. Quando spariranno, ne avrai nostalgia, sentirai qualcosa che manca nell’insieme. Si passa con il contagocce dicevo, perciò ecco spuntare automaticamente tre categorie di persone: i furbi, gli idioti che intralciano e gli idioti che stressano. Il furbo: evita la lunga fila di macchine incolonnate pazientemente. Ha fretta lui. Mica può fare la fila. Eh! Le supera e, arrivato in prossimità del restringimento della carreggiata, passa davanti a tutti, tagliando la strada al primo della fila con prepotenza. L’idiota che intralcia: si ferma in prossimità del restringimento e sembra colto da un malore improvviso. La sua auto si blocca e tu, dopo qualche minuto, cominci ad essere preoccupato per la sua salute. Un infarto improvviso? Una sincope? Un colpo di sole a dicembre? Un attacco di panico? Ti sporgi dal finestrino per scrutare meglio. No, tranquilli, tutto a posto: sta solo parlando al cellulare! E tu vorresti farglielo ingoiare intero, quel cellulare. L’idiota che stressa: non resiste in fila per più di 4 secondi. Al quinto secondo comincia a suonare con il clacson. Suona come un pazzo e gesticola con le mani in modo forsennato. Indica un pezzo di asfalto di circa 2 metri che è libero. Perché l’auto davanti a lui non lo occupa? Si chiede. Cazzo ti suoni, non vedi che ci sono dei lavori in corso? Finalmente è il tuo turno. Attraversi il restringimento e già pregusti una folle corsa, l’acceleratore è tuo amico e sicuramente la strada sarà deserta. Seeeeee! Lallero. Ecco davanti a te l’uomo con il cappello! Qualsiasi automobilista sa bene che occorre evitare l’uomo con il cappello come la peste. Del resto una persona che tiene il cappello anche in auto, già ti fa capire di che tipo si tratta. L’uomo con il cappello cammina a circa 10-15 km orari anche in autostrada. L’uomo con il cappello ignora l’esistenza di due carreggiate di marcia. Ignora che in Italia il codice della strada imponga di tenere la destra. Lui marcia esattamente al centro, tra le due carreggiate. Lui crede che quella striscia bianca tra le due carreggiate sia un segnapercorso che il comune ha disposto gentilmente per evitare che qualcuno perda la strada. Occorre mettercisi sopra e non perderla mai di vista. L’uomo con il cappello guarda fisso davanti a sé e niente intorno a lui può turbarlo. Alla sua destra e alla sua sinistra, ci sono automobili che lo sorpassano acrobaticamente, ci sono automobili che cappottano, automobili che sbandano, automobili che si schiantano contro i pali della luce. Sembra uno di quei telefilm polizieschi americani tutto inseguimenti e automobili che volano per aria. Mi sembra di vedere anche i Chips in lontananza. Ma lui niente, imperterrito. Non si accorge minimamente del terzo conflitto termonucleare che si sta consumando intorno a lui. Chissà se Prodi indossa il cappello quando guida! Ah, già, lui non guida, ha l’autista. Al massimo va in bicicletta. L’uomo con il cappello non perirà mai in un incidente stradale. L’uomo con il cappello li provoca agli altri, gli incidenti. Già, perché quando tu vai di fretta e ti ritrovi l’uomo con il cappello che marcia a 15 km orari e davanti a lui c’è il deserto dei tartari, smadonni di brutto. Lo devi superare. E’ questione di vita o di morte. Finché non lo superi hai l’adrenalina a 1000. Ed ecco che per superare lui, ti schianti contro l’auto che viene in senso opposto. Tu non lo racconti quanto ti è accaduto e lui, lui neanche si è accorto del tuo frontale. So di gente che è morta di infarto inveendo contro un uomo con il cappello. Dopo 10 km, l’uomo con il cappello svolta a sinistra e tu – miracolo – devi proseguire dritto. Finalmente puoi innestare almeno la terza marcia. Alcuni motorini ti si affiancano a sinistra e, dallo specchietto retrovisore destro ne vedi uno che ti sta raggiungendo da destra. Davanti a te una voragine nel manto stradale che ammicca voluttuosa. Sai già che non la potrai evitare. Infatti non puoi sterzare né a destra né a sinistra, rischieresti di scontrarti con un motorino. Ti prepari al peggio ed affronti la voragine. Gli ammortizzatori ringraziano e tu maledici Veltroni, Rutelli e l’ANAS (che non c’entra nulla ma non guasta). Superata la voragine, metti la freccia per svoltare a destra. Il motorino alla tua destra ti raggiunge e ti taglia la strada. Già, lui doveva girare a sinistra, che ci vuoi fare? Finalmente, dopo un’ora di viaggio, arrivi al lavoro. Distrutto ma sopravvissuto. Scusi, dov’è la doccia?

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Venerdì 14 Settembre 2007

Bufale che fanno riflettere

Archiviato in: Automobili, Riflessioni, Educazione — Maurizio ( 19:56 )

Ho ricevuto una mail. Mi si chiedeva di farla girare. Faccio di meglio, la pubblico su questo blog:
“Mamma, sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici. Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, così ho bevuto una sprite. Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici. Ho fatto una scelta sana e il tuo consiglio è stato giusto. Quando la festa è finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizioni di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria. Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava… Qualcosa di inaspettato! Ora sono qui sdraiata sull’asfalto e sento un poliziotto che dice:”il ragazzo che ha provocato l’incidente era ubriaco”. Mamma, la tua voce sembra cosí lontana! Il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze, di non piangere. Posso sentire i medici che dicono: “questa ragazza non ce la fará”. Sono certa che il ragazzo alla guida dell’altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità. Alla fine lui ha deciso di bere e io adesso devo morire… Perchè le persone fanno tutto questo, mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di coltelli contemporaneamente. Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, dì a papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare… Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva… La mia respirazione si fa sempre più debole e incomincio ad avere veramente paura. Questi sono i miei ultimi momenti, e mi sento così disperata… Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata, qui, morente. Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene. Per questo… ti voglio bene e… addio.
Queste parole sono state scritte da un giornalista che era presente all’incidente. La ragazza, mentre moriva, sussurrava queste parole e il giornalista scriveva… Scioccato.”
Ora, questa storia gira in Rete dal 2004 e molto probabilmente è una bufala. Le motivazioni addotte da Paolo Attivissimo (noto Sherlock Holmes delle bufale in Rete) sono condivisibili. Semplicemente questa lettera non è verosimile. Ma non importa. L’importante è che sia un modo come un altro per far riflettere.

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Giovedì 9 Agosto 2007

Il prezzo della benzina di agosto

Archiviato in: Politica, Automobili — Maurizio ( 10:11 )

Siamo ad agosto, il Ministro Bersani si accorge che i prezzi della benzina in Italia sono in media più alti di 7 centesimi di euro rispetto alla media europea. In un articolo di Panorama (il giornale di Berlusconi), si ipotizza che l’interesse per il prezzo della benzina in Italia si acutizzi ad agosto e a natale. Su Panorama si legge:
“Sarà un caso che proprio nei periodi di punta, quando gli italiani partono per il mare o per i monti, il governo si accorga che la benzina è troppo cara? Che questo accada mentre si formano decine di chilometri di code per le infrastrutture che non ci sono o che tardano o che vengono cancellate dai progetti governativi?”
a me non interessa ciò che scrive Panorama. A me interessa evidenziare l’ennesima presa per il culo rivolta agli italiani. Forse è vero che la discrepanza tra l’Italia e gli altri paesi della UE è di ‘soli‘ 7 centesimi di euro, però è anche vero che ci sono paesi della UE come l’Estonia, dove un litro di benzina costa 0,89 euro. Come mai l’Estonia è così virtuosa? Il prezzo di un litro di benzina nei vari paesi della UE è reperibile in questa tabella (grazie alla quale si scopre ad esempio che in Grecia un litro di benzina costa 1,06 euro, in Spagna 1,09 e in Italia 1,35 euro). Ma non importa, ammettiamo pure che facendo la media dei prezzi, l’Italia ‘sfori’ di soli 7 centesimi di euro. Non è questo il punto. Il punto è che il prezzo di un litro di benzina in Italia è composto per la metà da tasse. Sul prezzo della benzina gravano infatti l’IVA e le Accise. Cosa sono le accise? Sono delle tasse inventate da Mussolini per finanziare la guerra in Abissinia e che ad oggi sono ancora in vigore. Negli anni i vari Governi che si sono succeduti in Italia, hanno aggiunto continuamente nuove accise e nessun Governo le ha mai tolte! Nel 2007 noi stiamo ancora pagando la guerra in Abissinia del 1935 (1,90 lire), la crisi di Suez del 1956 (14 lire), il disastro del Vajont del 1963 (10 lire), l’alluvione di Firenze del 1966 (10 lire), il terremoto del Belice del 1968 (10 lire), il terremoto del Friuli del 1976 (99 lire), il terremoto in Irpinia del 1980 (75 lire), la missione in Libano del 1983 (205 lire), la missione in Bosnia del 1996 (22 lire), il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 (0,020 euro, ossia 39 lire). Il tutto per un totale di 485,9 lire (0,25 euro). Noi tutti paghiamo 0,25 euro su ogni litro di benzina. In un dossier della FAIB del 2007 (Federazione Autonoma Italiana Benzinai) si legge che ogni giorno in Italia si erogano 109 milioni di litri di carburante. Moltiplichiamo 0,25 euro per 109 milioni. Otteniamo una cifra enorme: 27.250.000 euro che ogni giorno, con la scusa di finanziare la guerra in Abissinia o la missione in Bosnia, noi italiani paghiamo al fisco. Dove vanno a finire tutti questi soldi? Le guerre, le alluvioni e i terremoti sono finiti da un pezzo! Se a tutto ciò aggiungiamo poi l’IVA, scopriamo che il prezzo di un litro di benzina in Italia è costituito per la metà da tasse. E Bersani vede ad agosto i 7 centesimi di euro di discrepanza rispetto agli altri paesi della UE. E no! Mica possono fare come vogliono questi petrolieri! Ma per favore! Caro Bersani, invece di fare demagogia, facendo finta di interessarti alle tasche degli italiani, perché non elimini queste assurde accise? Per finire vorrei aggiungere una cosa: in Brasile le auto vanno ad alcool da 30 anni. La UE ha imposto alti dazi al Brasile per le esportazioni di alcool. Come mai? Eppure il Brasile ricava alcool dalla canna da zucchero (una fonte pulita). Le auto ad alcool inquinano meno. Perché invece di costringerci a comprare auto nuove continuamente (euro4, euro5, euro6 e via dicendo) non le facciamo andare ad alcool? Inquineremmo di meno e spenderemmo la metà. Del resto, le maggiori case automobilistiche (Fiat compresa) producono da tempo automobili a benzina per il mercato europeo e automobili ad alcool per i mercati come il Brasile. C’è qualcosa che non quadra, vero?

AGGIORNAMENTO:

Si dice che l’Italia sia in linea con gli altri paesi europei in materia di tasse sulla benzina. E’ vero. In Francia ad esempio, hanno la TIPP (tassa sui prodotti petroliferi) e la TVA (tassa sul valore aggiunto, che credo sia una specie di IVA francese). E allora? E’ come dire: siccome molti paesi prevedono la pena di morte, l’Iran è in linea con essi. Ma perché non andiamo a confrontarci con i paesi più virtuosi in materia di prezzi sulla benzina? Perché non ci confrontiamo con l’Estonia, la Grecia, la Lituania o la Lettonia? Perché non diciamo che anche in paesi come la Francia si discute per l’eliminazione di queste tasse? C’è poi chi dice che sia giusto che la benzina contenga questa forte componente fiscale al suo interno, perché così non si incentiva l’uso dell’automobile a tutto vantaggio dell’ambiente. Così si inquina meno e si rispetta il trattato di Kyoto. Le dicono i Verdi francesi queste cose. Già, peccato però che in Francia i mezzi pubblici funzionino. In Francia ci sono delle alternative valide per spostarsi. In Italia no. In Italia spesso sei costretto ad usare l’automobile. Infine vorrei aggiungere un fatto: queste imposte (perché le accise sono imposte, non tasse) vengono pagate allo stesso modo da tutti, ricchi e poveri. Quindi il carico fiscale su un litro di benzina grava di più sui meno abbienti. Non sarebbe il caso di renderla progressiva in proporzione al reddito? Perché un Tronchetti Provera che usa un SUV per andare a comprare le sigarette sotto casa deve pagare 0,25 euro esattamente come un pendolare che macina km e km giornalmente per guadagnare uno stipendio che non gli permette di arrivare a fine mese? Ma soprattutto: dove vanno a finire gli introiti incamerati grazie alle accise? Non certo per finanziare la guerra in Abissinia. Vengono usate per costruire ponti, scuole, autostrade, ospedali? Va bene, le pago allora. Ma voglio sapere come vengono utilizzate.

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Mercoledì 31 Gennaio 2007

Effetto Tetris

Archiviato in: Società, Automobili — Maurizio ( 13:43 )

Chi abita in una grossa città come me, avrà sicuramente notato cosa accade quando ci si trova in automobile in prossimità di un semaforo rosso. I veicoli si accalcano, sgusciano, si intrufolano, si incastrano in modo da occupare ogni minimo pertugio libero. Non sono ammessi spazi vuoti tra un’auto e l’altra. Le auto maggiormente specializzate in questo tipo di attività sono le Smart e le Fiat 500. L’imperativo assoluto è: riempire tutti i ‘buchi’. Vista l’analogia con un popolare e glorioso videogioco, ho battezzato questo fenomeno con l’espressione: ‘effetto Tetris’ (chi non conoscesse questo gioco, può dare un’occhiata qui).

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Sabato 27 Gennaio 2007

FAP

Archiviato in: Ambiente, Automobili — Maurizio ( 12:18 )

Polveri sottili. Sono una minaccia terribile. Sono cancerogene e le inaliamo senza accorgercene. Ecco il motivo delle targhe alterne. Peccato che le targhe alterne non risolvano affatto il problema. Comunque non volevo parlare di targhe alterne ma di FAP. Leggo in questo interessantissimo post il funzionamento dei FAP (Filtri Anti Particolato). I FAP sono dei filtri il cui scopo è quello di ridurre le emissioni di particelle PM10. Sono molto ostentati nella pubblicità delle automobili. Bene, sembra che il funzionamento di tali filtri sia in sostanza una truffa. Mi spiego. Un contenitore solidifica le particelle PM10 in città. Perfetto. Peccato che il contenitore si saturi dopo qualche centinaio di km. Peccato che c’è un sensore che rileva la velocità della macchina ed il periodo durante il quale viene mantenuta. Così facendo si accorge di trovarsi fuori della città. A questo punto si sfoga: un agente chimico polverizza nuovamente le particelle accumulate nel contenitore et voilà, le rimette in circolazione nell’aria! In pratica spazza il pavimento ed accatasta la polvere sotto il tappeto. Non male come idea eh? E te la vendono come optional!

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Giovedì 18 Gennaio 2007

Nuovo tipo di auto elettrica

Archiviato in: Ambiente, Automobili — Maurizio ( 14:59 )

Su Blogeko si parla di un’auto elettrica dotata di particolari batterie che forniscono una autonomia di 500 km e si ricaricano in pochi minuti. La vettura è prodotta dalla texana EEStore ed entrerà in produzione nel 2007.

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