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Martedì 24 Aprile 2007

La chitarra, parte 2

Archiviato in: Chitarra — Maurizio ( 08:01 )

Se una corda tesa viene pizzicata, questa inizia a vibrare. Vibrando, sposta l’aria circostante e si creano delle onde sonore. E’ un po’ come quando si butta un sasso in uno stagno: si creano delle onde concentriche che si propagano verso l’esterno. Queste onde arrivano al timpano (una membrana dell’orecchio) e lo fanno vibrare. Il timpano, vibrando, mette in moto degli ossicini che iniziano a battere sul nervo acustico, producendo degli impulsi nervosi che arrivano al cervello. Così noi sentiamo il suono della corda che vibra. A seconda della lunghezza della corda che vibra, il suono prodotto sarà una nota piuttosto che un’altra. Attenzione però: anche se noi notiamo il suono di una nota sola, in realtà, quando una corda vibra, viene prodotta una nota fondamentale ed una serie di note secondarie: le armoniche. La fisica ha dimostrato che, misurando un suono con sofisticati strumenti, oltre alla nota fondamentale, vengono prodotte delle note secondarie ben precise. O meglio, vengono prodotte delle note secondarie ad intervalli ben precisi. Ad esempio si è visto che producendo la nota fondamentale DO, vengono prodotte anche le note secondarie MI, SOL, LA, SIb, DO, RE e via dicendo. Il secondo DO, a partire da quello fondamentale, si trova esattamente 8 note sopra e rappresenta l’armonica distante ad un intervallo di ottava (8 note appunto). La prima nota secondaria, il MI, è sempre una nota che si trova ad un intervallo di terza. Infatti se il DO è la prima nota e il RE la seconda, il MI è la terza. La seconda armonica della sequenza è posta ad un intervallo di quinta. Infatti si tratta di un SOL (DO = prima, RE = seconda, MI = terza, FA = quarta, SOL = quinta). Bene, queste prime 3 note (fondamentale e prime due armoniche), formano l’accordo di DO Maggiore. Da ciò si evince che tutti gli accordi maggiori sono composti da questi 3 intervalli: fondamentale, terza maggiore, quinta. Infatti gli accordi maggiori si chiamano anche triadi. Quali note compongono l’accordo di RE Maggiore? RE + FA# + LA. Perché? Perché partendo dalla fondamentale (RE) l’intervallo di terza maggiore è FA# (RE, MI, FA#) e quello di quinta è LA (RE, MI, FA#, SOL, LA). Perché FA# e non semplicemente FA? Perché FA è un intervallo di terza minore. Alt, non ci sto capendo più nulla! Giusto, perché per capirlo occorre sapere cosa sono gli intervalli. Sempre la fisica, ci insegna che se una corda viene fatta vibrare, viene prodotta la nota fondamentale ed una serie di armoniche secondarie. Però queste armoniche, a ben misurarle, non sono delle note esatte. Al contrario, possono essere un po’ aumentate o un po’ diminuite. In che senso? Nel senso che se una corda vibrando produce la nota fondamentale RE, le prime 2 armoniche risultanti saranno FA# e LA e non FA e LA. Qualsiasi nota può essere aumentata di mezzo tono con un diesis (#) o diminuita di mezzo tono con un bemolle (b). Se si prende una nota qualsiasi e si aumenta di mezzo tono con il diesis, il suono prodotto sarà identico alla nota immediatamente seguente diminuita di mezzo tono (con il bemolle). Perciò DO# = REb, oppure FA# = SOLb, oppure LA# = SIb. Unica eccezione l’abbiamo tra le note MI e FA e tra le note SI e DO. Ecco perciò la sequenza completa di una scala di sette note compresi i mezzi toni: DO, DO# (o REb), RE, RE# (o MIb), MI (o FAb), MI# (o FA), FA, FA# (o SOLb), SOL, SOL# (o LAb), LA, LA# (o SIb), SI (o DOb), DO. Ora torniamo alla fisica: misurando le note prodotte da una corda che vibra e mettendole tutte in fila una dietro l’altra, avremmo ottenuto una scala. Ad esempio, partendo dalla nota fondamentale DO avremo la scala di DO maggiore: DO, RE, MI, FA, SOL, LA, SI, DO. Se invece di partire dal DO fossimo partiti dal RE, avremmo ottenuto la seguente scala: RE, MI, FA#, SOL, LA, SI, DO#, RE. Perché quel FA# e quel DO#? Perché come abbiamo visto le note non si dispongono a casaccio ma a seconda del sistema tonale adottato. Hmmm…cosa è un sistema tonale? Beh, questo è un discorso luuuuuungo. Infatti si è arrivati al sistema tonale grazie ad un lungo processo evolutivo della musica. Tutta la musica contemporanea si basa su due sistemi tonali: quello maggiore e quello minore. Notare che per musica contemporanea intendo anche la musica classica eh? Infatti qualsiasi spartito musicale ‘classico’ (da Bach a Vasco Rossi) in linea di massima sarà costruito su una scala maggiore o su una scala minore. Però non è sempre stato così: in un passato molto antico non esistevano le due tonalità appena dette, ma, al contrario, esistevano varie tonalità diverse. Al tempo dei greci infatti, erano presenti i modi. I modi degli antichi greci si chiamavano con i nomi di diverse popolazioni greche: misolidio, lidio, frigio e dorico. Si sono sviluppate poi delle variazioni e si sono aggiunti i modi ipolidio, ipofrigio e ipodorico. Con il passare dei secoli, nel medioevo questi modi vennero definiti ecclesiastici, per ovvi motivi di monopolio culturale che la Chiesa già da allora deteneva. A questi modi vennero fatte delle alterazioni e si ottennero i seguenti modi: ionico, dorico, frigio, lidio, misolidio, eolio, ipofrigio. Passando ancora più tempo ci si accorse che alcuni di questi 7 modi erano molto simili tra loro (avevano delle variazioni minime). L’attenzione si cristallizzò perciò su due modi ben precisi: il modo ionico (maggiore) ed il modo eolio (minore) e si giunse così al sistema bitonale odierno. I due modi oggi usati sono quello maggiore e quello minore (infatti si dice di un pezzo musicale che è composto in tonalità maggiore o in tonalità minore). Ok, ricordate i toni ed i semitoni? Indicando con ‘T’ i toni e con ‘ST’ i semitoni, vediamo le due scale (maggiore e minore). Scala maggiore: T, T, ST, T, T, T, ST. Scala minore: T, ST, T, T, ST, T, T. La scala maggiore parte dal DO e la scala minore (scala minore naturale) parte dal LA. Ecco quindi la scala di DO maggiore: DO, RE, MI, FA, SOL, LA, SI, DO. Ecco la scala di LA minore naturale: LA, SI, DO, RE, MI, FA, SOL, LA. Se consideriamo la scala maggiore (T, T, ST, T, T, T, ST) e partiamo dal RE, ecco la scala di RE maggiore: RE, MI, FA#, SOL, LA, SI, DO#, RE. In pratica, in tutte le scale maggiori, l’alterazione (diesis) si trova sempre tra la terza e la quarta nota e tra la settima e l’ottava nota. Ecco perché l’accordo di RE maggiore - essendo costruito sulla fondamentale, la terza maggiore e la quinta - è composto dalle note RE, FA# (terza maggiore) e La (quinta). Se confrontiamo la scala maggiore e quella minore, vediamo che la terza nota nella scala minore è alterata. Di conseguenza, alterando la terza, produrremmo un accordo maggiore o uno minore. Infatti se invece di usare la scala maggiore avessimo usato la scala minore, avremmo ottenuto un accordo minore. Partendo dal RE, la scala di RE minore naturale è la seguente: RE, MI, FA, SOL, LA, SIb, DO, RE. Quindi l’accordo di RE minore è composto dalle seguenti 3 note: RE, FA, LA. Chiaro? RE maggiore: RE, FA#, LA; RE minore: RE, FA, LA. Non ci avete capito nulla eh? Purtroppo rendo contorte anche le cose più semplici! Al solito, non sono un maestro di musica e potrei aver detto qualche str… qua e là. Liberatoria: questo post è AS IS, cioè senza garanzie di veridicità assoluta! ;-)

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Giovedì 19 Aprile 2007

La chitarra, parte 1

Archiviato in: Chitarra — Maurizio ( 18:30 )

Non ci sono molti blog che parlano di chitarra e quindi stavo pensando: perché non scrivere qualcosa? Detto fatto: ecco la prima puntata. Cominciamo. La musica è composta da tre parti principali: il ritmo, la melodia e l’armonia. La melodia è una sequenza di note una dietro l’altra di differente altezza. Ad esempio: la do mi sol do re la fa. L’armonia è una sequenza di accordi. Un accordo è un insieme di note suonate contemporaneamente. Ad esempio, l’accordo di Do maggiore è composto dalle note Do-Mi-Sol mentre l’accordo di Re maggiore è composto dalle note Re-Fa#-La. Ogni nota che viene suonata, ha una sua durata. In base alla durata le note possono essere: intero, semibreve, minima, semiminima, croma, semicroma, biscroma e semibiscroma. Ogni brano musicale è caratterizzato da una divisione in parti omogenee chiamate battute. Il tempo di un brano ha una sua velocità (adagio, moderato, andante, allegro etc.) e una ‘cadenza’. Il tempo si misura con uno strumento particolare chiamato metronomo. L’unità di misura del tempo è il battito per minuto (bpm). Maggiore è il numero dei battiti al minuto di un brano e maggiore è la velocità di esecuzione (e viceversa). Indicativamente abbiamo i seguenti andamenti (dal più lento al più veloce): largo (40-60 bpm), larghetto (60-66 bpm), adagio (66-76 bpm), andante (76-108 bpm), moderato (108-120 bpm), allegro (120-168 bpm), presto (168-200 bpm), prestissimo (200-208 bpm), a tempo (viene specificato un dato bpm). All’interno di ciascuna battuta abbiamo una unità di tempo. Il tempo viene misurato usando dei numeri frazionari (es. 3/4, 6/8, 4/4 etc.). Il tempo caratterizza la candenza di un brano. Ad esempio il tempo dei valzer è il 3/4 (3 movimenti: uno in battere e due in levare…o era al contrario? Boh) mentre il classico tempo rock è il 4/4 (2 in battere e due in levare). I tempi possono essere pari, dispari e composti. I tempi pari hanno un numero pari come numeratore della frazione, ad esempio 2/4 o 4/4, I tempi dispari hanno un numero dispari al numeratore, ad esempio 3/4 o 7/8 (usato spesso nel genere rock progressive). Si può immaginare il 7/8 come la combinazione di un 3/8 e di un 4/8. I tempi composti si ottengono moltiplicando per 3 il numeratore. Ad esempio un 2/8 per 3 fa 6/8. Il denominatore indica la durata del singolo battito, il numeratore il numero dei battiti. Ad esempio 3/4 (il tempo di tutti i valzer) è composto da 3 battiti da 1/4 l’uno. Vi ricordate i nomi delle note? Vediamo: una semiminima corrisponde ad 1/4, una croma ad 1/8. Quindi se un brano è in 3/4, all’interno di una singola battuta ci possono stare 3 note da 1/4 l’una (3 semiminime) o 6 note da 1/8 l’una (6 crome). Una semicroma corrisponde ad 1/16, perciò in un brano in 3/4 ci possono stare al massimo 12 note da 1/16 (4/16 corrispondono ad 1/4). Oltre alle note, in un brano ci possono essere delle pause (che hanno gli stessi nomi delle note: semibreve, minima, semiminima, etc.). Per semiminima ad esempio, quando si parla di note si intende una nota che dura 1/4, mentre quando si parla di pause si intende un silenzio che dura 1/4. Maggiori informazioni sulla durata di note e pause sono reperibili in Rete (ad esempio qui). Lo so, lo so, è spiegato da cani, ma non sono un maestro di musica! Beh, fatta questa rapidissima panoramica (un po’ alla buona e maccheronica), la prossima puntata parleremo degli accordi (e spero che andrà meglio): cosa sono, a che servono e come si compongono. Con gli accordi, dalla teoria si passa alla pratica. Questo post mi è venuto così: prendere o lasciare… ;-)

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Mercoledì 11 Aprile 2007

Chi fa da se…

Archiviato in: Chitarra, Musica, Riflessioni, Arte — Maurizio ( 06:09 )

Molti sono convinti che per imparare qualcosa, occorra necessariamente frequentare un corso o una scuola. Beh, non sono d’accordo. Ho imparato molte cose da autodidatta (il disegno, la chitarra, l’inglese), anzi, per alcune cose, ho imparato più da solo che con i corsi. Prendiamo ad esempio la musica. Ecco un elenco di alcuni musicisti autodidatti famosi: Luis Armstrong (trombettista jazz), Ferdinando Carulli (chitarrista classico), Francisco Tarrega (chitarrista classico), Ian Anderson (flautista dei Jethro Tull), Andrea Braido (chitarrista rock), Lee Konitz (chitarrista folk), John Petrucci (chitarrista dei Dream Theater), Dizzy Gillespie (trombettista jazz), Marty Friedman (chitarrista rock), Steve Hackett (chitarrista dei Genesis), Steve Howe (chitarrista degli Yes), Jimi Hendrix (se non lo conosci è grave), Jimmy Page (chitarrista dei Led Zeppelin), Stevie Ray Vaughan (chitarrista blues), Frank Zappa (chitarrista indefinibile) e…beh, volevo finire con Friedrich Chopin (IL GENIO del pianoforte, arte sublime allo stato puro). Ok, ma visto che è possibile ottenere qualche risultato anche da autodidatta, vorrei dire perché a mio avviso autodidatta E’ MEGLIO. La classica obiezione dei fautori dei corsi e delle scuole è la seguente: un metodo è il frutto dell’esperienza centenaria di molti, perciò tutto quello che potresti scoprire tu da solo in una vita intera, è quasi sicuramente già stato scoperto da qualcun altro in passato. Inutile sprecare tempo tentando metodi nuovi. Questo è senza alcun dubbio vero, ma quando parlo di autodidattismo, non intendo certo l’assenza totale di qualsiasi metodo. Infatti esistono libri, video, siti, forum, chat, riviste e via dicendo. Basta documentarsi, no? Chi impara da solo, non intraprende un metodo nuovo, non reinventa la ruota. Allora dove sta la differenza? Eccola: un insegnante tende ad impartire lezioni rigide, dalle quali non ci si deve scostare, cerca di incunearti all’interno di schemi prestabiliti, mentre l’autodidatta personalizza il metodo. Il corso è rigido, l’autoapprendimento è flessibile. Ogni individuo è un’entità a sé. Ciò che può essere valido per alcuni, può non esserlo per altri. L’autodidatta è solitamente una persona animata da forte passione. La mia passione per la chitarra ad esempio, mi ha spinto a leggere decine di riviste e di libri tecnici. Io non ho adottato un metodo solamente, al contrario, ho scoperto vari metodi e li ho personalizzati. Adoro quasi qualsiasi tecnica e genere chitarristico, dal finger picking del ragtime, alle ’svisate’ del blues, dalla pulizia e precisione dei pezzi classici alla saturazione dell’hard rock, dall’eleganza dell’improvvisazione jazzistica all’allegria del country bluegrass. Inoltre adoro le contaminazioni. Un’altra obiezione che avanzano i detrattori del metodo ‘fai da te’ è la seguente: se non ti segue un maestro, un insegnante, ti mancherà una guida. Un insegnante sa dove e come indirizzarti, ha una visione di insieme che colui che sta imparando, per forza di cose non ha. Vera anche questa obiezione, ma la mia risposta è sempre la stessa: autodidattismo non significa assenza totale di una guida. Un buon libro ad esempio, può fornire la guida iniziale, può diventare il leitmotif del percorso di apprendimento. Come iniziai lo studio della chitarra? Fu quasi per caso. Iniziai lo studio dei primi accordi (il Re maggiore fu il mio primo accordo), poi comprai il mio primo libro sulla chitarra, il classico metodo: impara la chitarra in 24 ore. Il passo successivo fu un secondo libro: ‘il manuale di chitarra rock’ (di Andrea Carpi). Oggi ho perso il conto dei libri e dei metodi per chitarra che ho letto (si va dal metodo Ferdinando Carulli per chitarra classica, al metodo di chitarra ragtime di G. Unterberger). Ovviamente non mi sono fatto mancare i video didattici di J. Malmesteen e il libro ‘i segreti della chitarra’ di Joe Satriani, nonché libri di jazz sparsi qua e là. La bramosia di sapere, mi ha spinto sempre più avanti. Già, la chitarra è stato uno dei miei primi amori…peccato averla appesa al chiodo da anni. Questo è un mio grande cruccio, perché la manualità si perde con il tempo. L’esercizio dovrebbe essere costante. Il tempo…quante ore mi occorrerebbero? Facciamo almeno 25-26 al giorno? Naaa, mi sa che non mi bastano…

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Sabato 7 Aprile 2007

Come imparare a disegnare e a dipingere

Archiviato in: Chitarra, Arte, Luoghi comuni — Maurizio ( 09:39 )

Un altro luogo comune da sfatare è il seguente: pittori e disegnatori ci si nasce. Coloro che ritengono di essere ‘negati’ nel disegno o nella pittura sbagliano di grosso. Infatti si può imparare a disegnare e a dipingere così come si può imparare a suonare uno strumento musicale. Certo, artisti non si diventa. Chiunque può imparare a suonare il pianoforte, però pochi diventeranno Chopin o Beethoven. Parallelamente, chiunque può imparare a disegnare, però diventare un Monet è un’altra cosa. Io ho imparato a disegnare semplicemente applicandomi. La cosa più importante nel disegno è imparare ad osservare. Infatti gli occhi dell’artista differiscono da quelli dell’uomo comune, proprio in ciò. Noi guardiamo, non osserviamo. Un buon libro per imparare ad osservare (e quindi a disegnare) è disegnare con la parte destra del cervello di Betty Edwards. Ho imparato a suonare la chitarra e a disegnare da autodidatta, anche se sono ben consapevole che non diventerò mai un Segovia o un Manet. Io non sono l’unico ad aver imparato a disegnare. Anche altre persone che conosco lo hanno fatto. Se non vi fidate di me, leggete le opinioni su questo libro nella Rete (ad esempio su ciao.it). Lo stesso Van Gogh - si legge nel libro - all’inizio dovette combattere con problemi di prospettiva. Osservando i primi disegni di una persona di mia conoscenza, Rosina Leoncavallo, molti - me compreso - avrebbero detto: questa persona è negata con il disegno. Beh, osservando i suoi quadri, si resta decisamente sorpresi. A me piacciono i suoi quadri. Credo che spenderei dei soldi per acquistarne qualcuno. Se infatti si può imparare a disegnare e ad osservare, ciò che rende unico un artista è la scelta dei colori, dei soggetti, la cura o meno dei particolari, la scelta delle forme. Queste cose non si imparano. Queste cose sono parte di noi. Ed escono fuori quando disegniamo o suoniamo uno strumento. Inoltre, vi assicuro, disegnare o suonare è un’attività che fa bene allo spirito. E, credo, faccia bene anche al cervello.

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Lunedì 12 Febbraio 2007

Tamacun

Archiviato in: Chitarra, Musica — Maurizio ( 14:34 )

Aaaah…la chitarra…perché l’ho appesa al chiodo? Rodrigo y Gabriela in Tamacun. Ehm…volendo c’è anche la versione live. Notare che si tratta solamente di 2 chitarre! Non sono presenti percussioni. Tutta la parte ritmica di accompagnamento è eseguita da Gabriela mediante un particolare utilizzo della mano destra. Hmmm…per la parte di Rodrigo non ho problemi, esiste da qualche parte una Gabriela disposta ad accompagnarmi? ;-)

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