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Sabato 25 Ottobre 2008

La dieta mediterranea è nata… all’estero

Archiviato in: Politica, Educazione, Informazione, Luoghi comuni, Immigrazione, Xenofobia, Curiosità, Cultura — Maurizio ( 13:11 )

Da un po’ di tempo a questa parte, in Italia si sentono sempre più spesso episodi di razzismo, intolleranza razziale o xenofobia. Le motivazioni sostenute dalle persone intolleranti sono le più varie: si va dai problemi di sicurezza, alla sottrazione di lavoro agli italiani. La motivazione più bizzarra che mi è mai capitata di sentire però, è la tutela della biodiversità. Secondo quest’ultima bislacca tesi, ogni etnia se ne deve stare a casa sua, altrimenti alla lunga, diventeremo tutti uguali, parleremo la stessa lingua, adotteremo gli stessi usi e costumi e le tradizioni secolari spariranno. Beh, che dire: questa tesi è dettata dall’ignoranza più profonda ed è mia intenzione dimostrarlo in questo post.

Noi italiani, siamo il frutto di una commistione di etnie millenaria. Noi italiani, siamo così perché in passato il nostro paese è stato attraversato da popolazioni come gli etruschi, i greci, i fenici, i barbari, etc. Noi italiani siamo così perché in passato abbiamo conquistato i paesi stranieri. Siamo noi che - invadendo gli altri paesi - ne abbiamo successivamene importato usi e costumi. Prendiamo la cosiddetta dieta mediterranea ad esempio. Forse non tutti sanno che la maggior parte degli alimenti con i quali ci nutriamo oggi, hanno origini straniere. Vediamo:
  • Grano - La prima coltivazione di grano sembra sia avvenuta circa 8000 anni fa in Palestina e Siria. Gli italiani coltivavano il farro. Per la sua duttilità e la eccezionale attitudine alla panificazione il grano ha finito per soppiantare, in Europa, tutti gli altri cereali. Solo il frumento infatti possiede un glutine in proporzioni tali (10-15%) da consentire un pane leggero e ben lievitato. Comunque il farro ancora esiste e non è scomparso (fonte: Il Canestro)
  • Riso: Indiani e cinesi lo coltivavano già intorno al 3000 a.C. e sembra che sia stato introdotto in Occidente da Carlo Magno. Gli Arabi ne diffusero la coltivazione in Sicilia (fonte: Il Canestro)
  • Mais: originario del Sud America, fu introdotto in Europa nel 16° secolo successivamente alla scoperta dell’America ad opera di Cristoforo Colombo (fonte: Il Canestro)
  • Soia: pianta originaria dell’Asia. Coltivata sin dai primordi della civiltà cinese oltre 4500 anni fa, in Europa e in America comparve solo tra il 18° e il 19° secolo (fonte: Il Canestro)
  • Pomodoro: originario dell’America sud-occidentale (in particolare Cile, Ecuador e Perù). A farlo conoscere in Europa furono gli Spagnoli nel XVI secolo. Solo agli inizi del 1800 cominciò ad essere impiegata in Italia come condimento (fonti: Di Wine Taste e Agraria.org)
  • Patata: originaria del Perù, fu introdotta in Italia dopo la conquista del Sud America da parte degli spagnoli. Inizialmente la patata destò scarso interesse in Italia. La sua utilità si rivelò solo secoli dopo “grazie” alle carestie. (fonte: Bonduelle.it)
  • Carota: originaria dell’Afghanistan (fonte Bonduelle.it)
  • Fagiolino: Originario delle regioni calde dell’America, dell’India e della Cina, in Europa fu introdotto grazie alla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (fonte Bonduelle.it)
  • Fagiolo: Originario dell’America tropicale (fonte Bonduelle.it)
  • Melanzana: originaria delle zone calde di Cina e India (fonte Bonduelle.it)
  • Spinacio: Originario della Persia (l’attuale Iran), del Turkestan (Asia Centrale) e dell’Afghanistan (fonte Bonduelle.it)
  • Zucca e zucchina: originaria dell’America centrale (i semi più antichi sono stati ritrovati in Messico tra 7000 e 6000 AC) (fonte Bonduelle.it)
  • Uva: La Vitis Vinifera, o uva “europea”, venne coltivata per la prima volta 8000 anni fa in Asia, nelle terre comprese tra il Mar, nero, il Mar Caspio e l’Iran settentrionale (fonte: Alimentipedia)
  • Caco o Kaki: originario della Cina e del Giappone (fonte: Alimentipedia)
  • Noce di Cocco: frutto originario dell’arcipelago indonesiano (fonte: Wikipedia)
  • Melone: Di probabili origini africane (secondo alcuni invece dall’Asia, nell’antica Persia), nel V secolo a.C. il popolo egizio iniziò ad esportarlo nel bacino del mediterraneo e arrivò in Italia in età cristiana, come documentato da Plinio (I secolo d.C.) nel suo libro Naturalis Historia (fonte: Wikipedia)
  • Banana: La domesticazione del banano avvenne nell’Asia sud-orientale in epoca preistorica. Alessandro Magno scoprì il sapore della banana nelle valli dell’India nel 327 a.C. (fonte: Wikipedia)
  • Ananas: originaria del Brasile, della Bolivia, e del Paraguay (fonte: Wikipedia)
  • Arachide: originaria del Sud America (fonte: Wikipedia)
  • Caffè: Il 1615 è considerata la data in cui il caffè fece la sua comparsa in Europa grazie ai commercianti veneziani seguendo le rotte marittime che univano l’Oriente con Venezia e Napoli ed il merito di averlo introdotto spetta al botanico Prospero Alpini. Ci sono molte leggende sulla sua origine. Forse proviene dall’Abissinia, forse dallo Yemen, forse in Etiopia. Oggi i maggiori paesi produttori di caffè sono il Brasile e la Colombia. Di ottima qualità quello prodotto in Guatemala. Altri paesi produttori sono India, El Salvador, Costa Rica, Messico, Panama e Honduras (fonti: Chococlub, Caffe.it e Illy)
Ora, come sarebbe l’Italia senza questi cibi provenienti dall’estero? Avremmo mangiato solo farro e cavoli! Ma siamo sicuri che i “paesi invasori” stiano distruggendo la nostra identità? Non è che invece integrazione tra paesi e culture diverse vuol dire arricchimento? Non è che invece questi siano falsi problemi creati ad arte? Il populismo prende piede dove regna l’ignoranza. Infatti lo scopo che Berlusconi e Gelmini si prefiggono con le loro riforme scolastiche è proprio questo: diffondere l’ignoranza per avere maggior controllo delle masse. Gente, c’è Internet. Impariamo ad usarlo.

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Giovedì 23 Ottobre 2008

Berlusconi: gli studenti protestano? Polizia nelle scuole! E vai di manganello

Archiviato in: Politica, Donne, Educazione, Cultura — Maurizio ( 10:22 )

Moratti, Fioroni e Gelmini: questi ministri, uno dopo l’altro stanno distruggendo la già disastrata scuola italiana. Siccome l’ultima riforma del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini fa schifo, allora gli studenti e i docenti protestano. Mi sembra la giusta reazione di chi vive all’interno di un paese democratico. Ooops, ho detto democratico? Nossignore, la dittatura gentile, ora si è palesata per quel che è realmente: dittatura sotto tutti i punti di vista. Infatti in risposta alle proteste, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dichiarato che farà intervenire la polizia nelle scuole. Capito? Protesti per una riforma che fa schifo? E io ti piego con il manganello. A quando le purghe e l’olio di ricino? Ma perché i docenti e gli studenti di tutta l’Italia protestano? Sono forse impazziti? Non credo.

La riforma del Ministro Mariastella Gelmini prevede il maestro unico, il grembiule obbligatorio, tagli ai fondi per la scuola, stessi libri di testo per 5 anni, il voto in condotta, la riduzione del tempo pieno a 24 ore settimanali. A parte il voto in condotta, sono contrario a tutti i punti della riforma. Iniziamo a definire la situazione della scuola in Italia. Se tu vai in un qualsiasi paese straniero, che sia la Francia o la Germania, la Bulgaria o la Finlandia, se fermi una persona per la strada e parli in inglese, questa ti risponde come se niente fosse. Come se l’inglese fosse la sua seconda lingua. Senza problemi insomma. Ora, fai la stessa cosa in Italia. Eh? C’hai detto? No spic inglisc. Macchestaiaddì? Ecco. Forse gli italiani sono più idioti dei francesi o dei tedeschi. Forse non sono portati per le lingue. No. Forse l’inglese che si insegna a scuola fa cagare. Ho studiato l’inglese per 10 anni. Ogni anno la stessa lezione: “this is the table” e “this is the pen”. Molto utile. Ma lasciamo perdere l’inglese. Parliamo di fondi destinati alla ricerca. Università che rinunciano ai progetti perché gli strumenti dei quali dispongono sono così obsoleti da essere inutilizzabili. Parliamo dei baroni che facilitano figli, parenti e affini. La scuola italiana è nozionistica. Sterile. Non ti insegna a pensare, a ragionare. Anzi, ti insegna ad essere conforme, a non discutere mai, a subire. Si parte dal crocifisso e si arriva al grembiule. Ancora con il grembiule stiamo? Sì. Serve per farti entrare nella forma mentis della disciplina e del conformismo. Con il grembiule infatti, siamo tutti uguali. Ma nelle scuole di oggi, si studiano ancora le poesie a memoria? Non c’è niente di più inutile dell’imparare a memoria le poesie. Foscolo, Carducci, D’Annunzio, Leopardi, Pascoli. Gente vissuta nel secolo scorso. Se proprio vogliamo parlare di poesia, non sarebbe il caso almeno di studiare anche i poeti contemporanei? Non sarebbe il caso di analizzarle le poesie, invece di impararle a memoria? Vogliamo parlare della storia? La storia a scuola è puro nozionismo. Ti insegnano che il tal giorno, nel tale anno, c’è stata una guerra. Sì, ma i motivi veri? Ti aiutano forse a capire perché sono esplose quelle guerre? La Moratti addirittura tentò di abolire l’insegnamento dell’evoluzionismo a scuola. Cercò di rendere obbligatoria la diffusione del pensiero creazionista. Anche allora, gli scienziati di tutta l’Italia si rivoltarono.

Insomma, la scuola italiana fa schifo, è obsoleta, non incentiva, non insegna a pensare, è nozionistica e questi cosa fanno? Vanno a toccare la scuola elementare. Roba che la scuola elementare è l’unica cosa che vale la pena di salvare in Italia. L’Italia è ai primi posti nelle classifiche internazionali per i buoni risultati degli alunni della scuola elementare. No, va troppo bene: distruggiamo un po’ anche lì. Ecco allora che tornano il grembiule obbligatorio, il maestro unico, gli stessi libri per 5 anni, la riduzione del tempo pieno (che toglierà lavoro a 40.000 docenti) e - come ciliegina sulla torta - un bel taglio ai fondi. Già, siccome investiamo troppo nella ricerca… Però! Persino Napolitano, il garante della Costituzione, dice che questi tagli sono indispensabili. Azz! Ma Napolitano non è giovanissimo e si sa, con l’età si perde un po’ di lucidità. Mica è giovane come la Gelmini! Mariastella Gelimini ha 35 anni ma ragiona come mia nonna (pace all’anima sua). Cioè, invece di far progredire la scuola, la fa retrocedere. Gli stessi libri per 5 anni? Io dico che se parliamo di un libro di religione mi può anche star bene, ma se parliamo di un libro di scienze, di storia o di geografia non ci siamo. 5 anni fa c’erano paesi che oggi non ci sono più. In 5 anni quante guerre ci sono state? Vogliamo parlare dei progressi scientifici? 5 anni sono un’enormità. Certo, non va bene neanche che si debba cambiare libri in modo forzato. Infatti la scelta dei libri dovrebbe spettare ai docenti. In piena autonomia. Così come previsto dalla Costituzione con la recente riforma del Titolo V, nell’articolo 117:
“[…] Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; […]”
autonomia che non può essere pregiudicata, come pure ha chiaramente ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 13 del 2004. Già, ma da quando i nostri politicanti rispettano la Costituzione della Repubblica Italiana? Non l’hanno mai rispettata, altrimenti l’Italia sarebbe un paese migliore della Svizzera. Che dire dell’abbassamento dell’età dell’obbligo scolastico? Mentre in tutti i paesi europei la tendenza è verso l’innalzamento dell’obbligo a 18 anni, da noi invece lo si abbassa nuovamente a 14 anni. Sì, gli italiani sono troppo acculturati, a che serve farli studiare di più?

In merito alle competenze degli studenti quindicenni, in matematica, scienze e lettura, nel 2006 l’Italia risultava al 28° posto nella classifica dei 30 paesi europei dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Peggiorata rispetto agli anni precedenti. Ecco la situazione dell’Italia:
“[…] Lettura? Gli studenti italiani si posizionano al 33esimo posto, con un punteggio totale di 469, al di sotto della media Ocse. Ai primi posti Corea, Finlandia, Hong Kong, Canada e Nuova Zelanda. Peggio di noi, tra i paesi dell’Unione Europea, soltanto Repubblica Slovacca, Spagna e Grecia, oltre alle nuove entrate Bulgaria e Romania. E questo è il nostro risultato “migliore”…
Cultura scientifica? Dal 26esimo posto del 2003 siamo scivolati al 36esimo. Svetta invece la Finlandia (con 563 punti), seguita da Hong Kong, Canada, Taipei-Cina e Estonia. Tra i promossi anche Slovenia (dodicesima) e Repubblica Ceca (quindicesima). Dietro l’Italia, a farci compagnia al di sotto della media Ocse, anche Portogallo (474), Grecia (473) e Israele (454). Se può confortarci, gli Stati Uniti sono soltanto 29esimi (489), e anche loro con una bella insufficienza. Infine, amaro leit-motiv, in cultura matematica siamo 38esimi (con 462 punti). Tra i primi Taiwan, Finlandia, Hong Kong, Corea e Olanda. Dietro di noi, dei membri UE, soltanto Grecia, Bulgaria e Romania. […]”
Tempo fa pensavo che le donne in politica avrebbero portato una ventata di novità e di freschezza. Oggi, dopo aver visto l’operato della Carfagna e della Gelmini (già ministri ad appena 33 e 35 anni) cambio idea: certe donne farebbero meglio a fare le veline. Ministri a trent’anni con idee da vecchi. Mia nonna era più all’avanguardia di loro.

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Martedì 16 Settembre 2008

Inglese maccheronico? No, grazie.

Archiviato in: Società, Umorismo, Grammatica, Cultura — Maurizio ( 07:50 )

Lavoro nel settore informatico, perciò sono abituato alle sigle, agli acronimi e ai termini inglesi. Fin qui tutto normale. Da qualche anno a questa parte però, ho notato un fenomeno “bizzarro”: l’uso esagerato e spesso improprio di sigle e termini inglesi. È un fenomeno che si sta acutizzando sempre di più. Ci sono persone che esagerano con l’inglese e lo usano a sproposito. Li trovo così ridicoli. La lingua italiana sta diventando un optional. Passi per i congiuntivi che - siccome la gente non li sa usare - alla fine sono diventati facoltativi. Passi per locuzioni tipo “ma però”, che ai miei tempi erano considerate errate ed oggi sono ammesse. Passi tutto, però l’inglese ad ogni costo, no. Quello proprio no. A me è sempre piaciuto l’inglese, però se parlo in italiano - perché io sono italiano - evito di fare il “manager” anche quando non serve. Se devo raggiungere un obiettivo, raggiungo un obiettivo, non un target. Se compro un oggetto marcato, compro un oggetto marcato, non uno brandizzato. Se devo consuntivare un lavoro, consuntivo l’impegno svolto, non l’effort. Per non parlare poi dell’inglese “italianizzato”. Non so, del tipo: “quello è un cellulare brandizzato”. Oppure: “dobbiamo raggiungere il target acquisendo maggiore know-how”. Oppure “la nostra mission è la seguente…”. Oppure: “occorre switchare le competenze per bypassare l’empasse della mancanza di know-how”. Ma la cosa che più mi fa incazzare è l’uso dell’inglese per mascherare la realtà. Prendiamo le professioni ad esempio. Una volta c’erano i venditori, oggi ci sono i seller, i sales manager, i sales director. Oggi non si sa bene che tipo di lavoro facciano certe persone. Oggi infatti ci sono i promoter, i junior controller, i software engineer, i teleseller, i senior buyer (che a me fanno pensare a dei vecchietti che comprano nei supermercati), i sales account manager, i credit controller, i gestori corporate e i gestori retail, gli store merchandiser manager. Ma che cazzo di lavoro fate?



Comunque, per capire meglio di cosa parlo, eccovi un colloquio di lavoro molto ma molto vicino alla realtà:

colloquio

(Come lo capisco quel tizio che si incazza. Siamo noi che stiamo uccidendo la lingua, le tradizioni, la cultura del nostro paese, non gli extracomunitari. Questo post è dedicato a Marco).

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Lunedì 11 Agosto 2008

A zonzo per la città/2

Archiviato in: Turismo, Cultura — Maurizio ( 07:59 )

Secondo giorno di tour. Rione Celio. Bellissima la chiesa di San Clemente, ma, al solito, c’era qualcosa che non andava. Prima tappa: Domus Aurea. Il biglietto non si fa - ovviamente - presso il monumento. No, un’addetta di Pierreci ci fa sapere che solo per oggi si può prenotare al Colosseo, da domani invece al Foro Romano. Però, se non ti va di fare la fila, puoi telefonare e pagare con carta di credito. La fila al Colosseo è inverosimile, decidiamo di rimandare ad un altro giorno. Al solito, io considero i monumenti dei beni di dominio pubblico. Se voglio pago la guida, altrimenti ne faccio a meno. Invece no, se vuoi vedere la Domus Aurea devi pagare. Il problema è che ogni monumento che vedi, sono 5 euro. Se si è in due diventano 10 e se si hanno due figli, diventano 20. Per vedere un solo monumento. Insomma, la cultura è roba per ricchi. Gli orari? Assurdi. Devi fare lo slalom: oggi è aperto il tal monumento, domani l’altro, quell’altro ancora è chiuso fino a fine agosto. Al Ludus Magnus si viene a sapere che per visitarlo devi prenotare la visita presso una sede in tutt’altra zona di Roma. Però in compenso, guardando da fuori, si notano parecchi rifiuti tra gli antichi resti romani. Un cartone della pizza, svariate bottiglie di vetro e di plastica. Proseguendo lungo via Labicana, vicino al Colle Oppio, una balaustra fa ampia mostra di sé con gli annessi graffiti in vernice. Arte moderna. A me sembrano semplici atti vandalici e di teppismo, ma io non sono un esperto di arte moderna. Io sono all’antica e visito i resti degli antichi romani. In questi giorni scopro che le chiese chiudono a mezzogiorno. Non pensare di visitarle di pomeriggio. Proseguiamo lungo via di San Gregorio, raggiungiamo la Fons Mercurii, antica sorgente di Mercurio. È chiusa da inferriate e al suo interno una discarica: vecchi indumenti abbandonati, bottiglie di vetro, lattine, uno schifo insomma. Però se vuoi visitare un monumento devi cacciare la pecunia. Riprendiamo la metropolitana e, mentre aspettiamo il treno, la voce suadente degli altoparlanti ci intima: “è severamente vietato fotografare all’interno della metropolitana”. Forse hanno paura che i turisti possano immortalare per sempre l’efficienza, la pulizia e lo splendore della metropolitana di Roma?

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Martedì 5 Agosto 2008

A zonzo per la città/1

Archiviato in: Turismo, Cultura — Maurizio ( 09:14 )

Ieri ho iniziato il giro turistico di Roma con Simona. Pur vivendo nella città eterna da ormai 44 anni, devo dire che conosco ben poco di Roma. Perciò è come se fossi un vero turista che esplora una città mai vista prima. In più c’è il vantaggio che non devo spendere soldi in alberghi e ristoranti. Ho iniziato ad esplorare il rione Monti e mi sono subito accorto che Roma straripa di cose da vedere. Io e Simona avremo scattato un centinaio di foto. Però devo dire che mi sono anche un po’ incazzato. Sì, perché - come sapete - considero l’Italia un paese del terzo mondo a causa dei disservizi che l’affliggono e ne ho avuto ampia dimostrazione anche ieri. Prima di tutto ho notato che i nostri governanti considerano la cultura come un bene di lusso, riservato a pochi eletti. Già, perché per visitare un monumento, come minimo partono 5 euro. Non solo, devi rispettare i loro orari. Facciamo un esempio clamoroso: la chiesa di S. Agata dei Goti è aperta solo alcuni giorni dalle 7 alle 9. Di mattina. Della serie: cogli l’attimo. Una cosa che mi ha fatto riflettere l’ho trovata nella chiesa di San Pietro in Vincoli. All’interno della chiesa infatti, si trova il celeberrimo Mosè di Michelangelo Buonarroti. Beh, sapete una cosa? Il Mosè è al buio, ma siccome molti turisti lo vogliono fotografare, i preti hanno pensato bene di piazzare una luce a tempo. Una luce che si attiva solo se introduci una monetina da 50 centesimi di euro! Cioè, della serie: vuoi fotografare il Mosè con la luce per qualche minuto? Paga! In un paese serio poi, non vedremmo mai un monumento con una targa affissa recante la scritta: “non accostarsi, pericolo caduta materiali”. Cartello laconico e inascoltato, viste le numerose auto parcheggiate sotto! In un paese serio, i beni archeologici verrebbero tutelati come oro, perché fonte di attrazione turistica e quindi - indirettamente - di soldi. Invece ho dovuto vedere il Foro di Augusto con lattine e bottiglie di vetro annesse. Ho anche fotografato una paletta per raccogliere la spazzatura in bella mostra all’interno del foro. Insomma, mentre visiti i luoghi, dentro di te pensi: sembra proprio un paese abbandonato a sé stesso. Che tristezza. Il tour comunque è stato molto interessante e oggi si replica! :-)

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