Il TAR del Lazio ha respinto la richiesta di sospensione della delibera per il Wimax. La motivazione? La società MGM (l’azienda tedesca che ha richiesto la sospensione) potrà partecipare al bando senza discriminazioni. Beh, motivazioni a parte, c’è da chiedersi come mai paesi come la Francia abbiano favorito gli operatori più piccoli a svantaggio di quello principale (France Telecom). Forse perché in Francia non esiste un’authority come la nostra AGCOM (Autorità Garante delle COMunicazioni) che ‘parteggia’ per i soliti noti (Tim, Vodafone, Wind, Tre). Ma forse dovremmo chiamarla Autorità Garante per i COmpagni di Merende? Intanto la petizione di Grillo ha superato le 100.000 firme. Nella petizione si chiede di non permettere ai gestori telefonici di partecipare alla gara per il Wimax. Avremo un Wimax libero in Italia? No, non ce la possiamo fare…
La Commissione Europea a Strasburgo, ha adottato il pacchetto per le TLC, dove si richiede la separazione funzionale delle reti, un’ Authority europea ed il dimezzamento dei mercati delle telecomunicazioni regolamentati. Questo per revisionare il sistema delle telecomunicazioni europee, la cui regolamentazione risale al 2002. Il commento del commissario UE alle TLC, Viviane Reding:
“Anche in Italia la mancanza di concorrenza effettiva penalizza i consumatori che in questa situazione sono i perdenti, pagando tariffe più elevate”
L’Italia, secondo la Commissione, è tra i Paesi (insieme a Grecia, Malta, Polonia) rimasti indietro sul fronte della concorrenza. Ma va? I prezzi delle linee ADSL sono alti a causa del monopolio Telecom Italia. Esiste il Digital Divide, la banda larga non è adeguatamente sviluppata su tutto il territorio (ci sono comuni che vanno a 56 Kbps, SIC!). L’UMTS è stato affossato a causa delle tariffe spropositate. Il Wi-Fi anche. Vogliamo parlare del futuro affossamento – viste le premesse – del Wimax? Sono cose evidenti anche per la Reding. Solo Bersani, Gentiloni, AGCOM ed Antitrust non se ne accorgono. Loro dormono.
Sempre sul blog di Beppe Grillo (mi rimangio quanto detto e mo’ lo rimetto nel blogroll) scopro che c’è una petizione (ovviamente l’ho firmata subito) contro l’attuale bando di gara per le licenze Wimax. Il bando, così com’è, tende a favorire i soliti gestori telefonici a discapito dei cittadini. Firma la petizione anche tu:
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Che la vecchia TV analogica generalista stia dirigendosi verso un inesorabile declino sembra evidente a molti. Che verrà sostituita dalla TV via Internet sembra assodato. Oggi si parla di IPTV e di P2P TV. Nel frattempo però, ci sono alcune realtà che si stanno timidamente affacciando sul Web. Prendiamo ad esempio Diregiovani.tv. Si tratta di una versione embrionale di TG trasmesso in Rete. A dire il vero di TG in Rete ne esistono parecchi da tempo, però questo qui è un TG italiano condotto da giovani. Dietro al portale di diregiovani.it c’è l’agenzia di stampa romana Dire. Si legge sul sito di Dire:
“La Dire nasce nel 1988 quando comincia a competere con le altre agenzie di stampa sul terreno dell’informazione politico-parlamentare.Vere e proprie corazzate come l’Ansa, l’Adnkronos e l’Agi.”
La Dire non si occupa solo di TG: gestisce anche 6 notiziari (ai quali sono abbonati quotidiani come Il Corriere della Sera e La Repubblica) ed una radio sul Web, CityRadio. CityRadio trasmette in diretta da un vero e proprio studio radiofonico situato a Roma a Largo Corrado Ricci 1 (è anche possibile visitare il Centro Informagiovani Fori Imperiali dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 18:00). Ecco il TG di ieri:
I video di Diregiovani sono visibili direttamente dal browser. Non è necessario alcun software, a differenza di altre TV sul Web come ad esempio Arcoiris.tv, che presenta video fruibili attraverso i videoplayer più diffusi: Realplayer e Windows Media Player. I video sono disponibili anche in alta risoluzione. Esistono poi dei software, come StreamerOne o Mogulus (il primo a pagamento ed il secondo gratuito) che permettono a chiunque di creare una propria TV. Leggendo i commenti sulla Rete, il migliore tra i vari software sembrerebbe Mogulus, ma per chi volesse provarne altri, suggerirei: Ustream e Operator11. Esistono poi dei software che trasmettono video utilizzando il sistema del P2P: più utenti fungono da nodi e ‘condividono’ banda (una sorta di BitTorrent o Emule specializzati in trasmissioni televisive). Tra tali software ci sono: Miro, SopCast, Zattoo e moltissimi altri (un elenco di questi programmi è disponibile qui). Ma se non hai problemi con l’inglese, il programma che davvero porta la televisione a tutto schermo sul computer è sicuramente Joost. Con Joost si fa fatica a distinguere lo schermo del computer da quello di un televisore. Già, ma se io volessi vedere un film trasmesso in Rete sul TV da 50 pollici? Beh, ci ha pensato Apple con il suo iTV. E’ un piccolo scatolotto che collega il computer alla TV senza utilizzare cavi, in modalità wireless. Con iTV è possibile visulaizzare i video di YouTube direttamene sul televisore di casa. Oppure acquistare un film su iTunes e visualizzarlo sul computer o sul televisore. Ha senso puntare ancora sul DTT (Digitale Terrestre)? Qualcuno pensa all’interazione tra IPTV e DTT e - mentre qualcun altro pensa che l’IPTV richieda troppa banda per competere con il DTT - i ‘ragazzi’ di Internet2 trasmettono dati su Internet a 10 Gbps (ossia 1 Gigabyte al secondo, un film in DVD ’sparato’ in pochi secondi). Chi vincerà? La TV dal basso via Internet, il DTT, la TV P2P o i bouquet forniti dalle varie telecom via IPTV? Secondo me, ci sarà integrazione ma…stiamo con i piedi per terra: ricordiamoci che siamo in Italia, la patria del Digital Divide.
E’ appena finita la conferenza stampa del Ministero delle Comunicazioni sul Wimax. Non sembra ci siano novità rispetto a quanto anticipato da varie fonti in passato. In sintesi:
Licenze della durata di 15 anni prorogabili
2 licenze per ciascuna delle 7 ‘macro-regioni’ (14 licenze) ed una per singola regione (21 licenze); quindi un totale di 35 licenze
45 milioni di euro la base d’asta complessiva (per fare un esempio, la macro-regione Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise ‘vale’ 2,27 milioni, mentre la sola regione Lazio vale 1,6 milioni)
Le 7 macro-regioni sono:
Lombardia, Bolzano, Trento
Valle D’Aosta, Piemonte, Liguria e Toscana
Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche
Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise
Campania, Puglia, Basilicata, Calabria
Sicilia
Sardegna
Il Ministro delle Comunicazioni Gentiloni ha dichiarato che entro 45 giorni dalla pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e quella della Comunità Europea si potranno presentare le domande di partecipazione. Entro i successivi 15 giorni ci sarà la valutazione delle domande da parte del ministero e la comunicazione dell’elenco dei soggetti ammessi alla gara. Entro i successivi 30 giorni sarà possibile presentare le offerte da parte dei soggetti ammessi alla gara. Perciò tra circa 90 giorni potrà partire la gara vera e propria.
La pubblicazione del bando per l’assegnazione delle frequenze del Wimax, non doveva partire entro l’estate? Sono mesi che circolano notizie che vedono imminente la data di pubblicazione di questo fantomatico bando. Ma…apprendo oggi su Punto Informatico del mirabolante scoop di Morse. Stando a quanto scritto nell’articolo, sembrerebbe che alcune società abbiano deciso di contestare la validità del regolamento che fissa le linee guida da adottare nella predisposizione del bando per l’assegnazione delle licenze Wimax. In sintesi, nelle missive inviate ai vari organi preposti, si richiede il ritiro di tale regolamento e la sua revisione. Infatti stando così le cose - c’era da dirlo? - le modalità con le quali verranno assegnate le licenze/frequenze, agevoleranno i soliti noti, prima su tutte Telecom Italia. Vi ricordate il discorso di Grillo in sede di assemblea degli azionisti Telecom Italia? “Il Wimax non deve essere dato agli operatori telefonici, perché tutto quello che toccano loro diventa merda”. E poi mi si viene a dire populismo e qualunquismo. Grillo ha ragione da vendere: in passato le tecnologie WiFi e UMTS sono state affossate dai soliti noti. E’ storia vecchia. Tutti temono che il Wimax possa venire affossato. Tutti. Esperti di settore, persone comuni nei forum, Grilli e grillini. Tutti. C’è anche una raccolta di firme online. Io sono stanco di ripetere queste cose. Ma l’AGCOM, quell’ente inutile e mangiasoldi che conosciamo tutti (venne riconosciuto inutile anche in sede UE se non ricordo male) pensa bene - come al solito - di tutelare gli interessi di pochi. In barba al Digital Divide. In barba all’arretratezza tecnologica. Ribadisco il ‘nodo’ strategico del Wimax: 1) il Wimax permette l’accesso ad Internet senza fili ovunque ci si trovi; 2) è possibile telefonare ‘gratis’ su Internet utilizzando il protocollo VOIP. Quindi Wimax=telefonate VOIP=telefonate gratis (o meglio, visto che dovrebbero spuntare nuovi operatori, a costi decisamente inferiori). E’ chiaro ora perché TIM, Vodafone and company non hanno interesse che il Wimax si sviluppi in Italia? Nokia ha già in piano un cellulare Wimax per il 2008. E allora? Ben venga l’iniziativa di quelle società che hanno deciso di far cambiare il regolamento per la predisposizione del bando. Magari ciò comporterà un ulteriore slittamento (secondo me, prima del 2008 non si smuove paglia), ma almeno forse - forse - questa volta i soliti noti se la prenderanno dove dico io e si salvaguarderanno gli interessi dei cittadini. Occhi aperti!
“Su tale punto l’Autorità ritiene che, coerentemente con le procedure adottate in altre selezioni competitive, ad esempio l’UMTS ed il WLL, la prescrizione di un obbligo minimo di copertura e di avvio commerciale del servizio contribuisce a garantire maggiormente sia la reale volontà dell’impresa a realizzare i servizi previsti, limitando possibili fenomeni di pre-emption, sia l’utilizzo effettivo dello spettro.”
Ossia: visto che siamo riusciti ad affossare per bene il WLL e l’UMTS, adottiamo gli stessi criteri: se non hai i mezzi necessari a coprire un minimo di territorio, non vinci la gara. Hmmm…chi può competere con la copertura del territorio attuabile da aziende come Telecom Italia o Vodafone? Forse le aziende più piccole? Questo si che vuol dire liberalizzare, vero Bersani?
“I diritti d’uso delle frequenze di cui al presente provvedimento hanno una durata di 15 anni a partire dalla data di rilascio e sono rinnovabili.”
Ossia: una volta vinta la gara da Telecom Italia, per 15 anni ci dovremo tenere il suo monopolio. Fra 15 anni, il Wimax sarà preistoria tecnologica e tutti gli altri paesi avranno la banda strasupermegaiperlarghissima…Questo si che è liberalizzare, vero Bersani?
“Gli aventi titolo al rilascio dei diritti d’uso delle frequenze sono individuati, per ciascuna area di estensione geografica, sulla base di graduatorie distinte per ciascun diritto, basate sull’importo offerto anche attraverso un sistema di miglioramenti competitivi, secondo le modalità stabilite nel bando di gara, a partire da un importo minimo, stabilito per ciascuna area di estensione geografica e ciascun blocco di frequenze in gara e indicato nello stesso bando di gara.”
Ossia: sotto ad un importo minimo sei escluso dalla gara. Questo favorirà le aziende piccole? Potranno competere con Telecom Italia? Questo si che è liberalizzare, vero Bersani?
Qualche pignolo potrebbe sottolineare che Pierluigi Bersani è il Ministro delle Attività Produttive, mentre il Ministro delle Comunicazioni è Paolo Gentiloni. Tsk, tsk. E allora? Fa sempre parte del Governo attuale. Ed è lui che va sbandierando in giro le favole sulle liberalizzazioni. O no?
Su Repubblica di oggi, c’è un’inchiesta sulla pedofilia in Rete. E’ agghiacciante quanto si legge in quell’articolo. Ci sono paesi dove la legislazione in materia è carente se non addirittura permissiva! E lì che occorre premere. L’opinione pubblica può molto. Occorre far pressione su quei governi che fanno poco o nulla per evitare queste nefandezze (non è certo il caso dell’Italia per fortuna). Però, censurare dei siti in Italia è un palliativo (perché raggiungibili ugualmente via proxy esteri) e non risolve il problema. Il problema va affrontato a livello internazionale. Altrimenti è come volersi difendere da un’inondazione chiudendo la porta di casa!
AGGIORNAMENTO:
sul blog di Mantellini, viene denigrato l’articolo dicendo in sostanza che non è giornalismo. Bene. In passato ho sempre combattuto i giornalisti che di volta in volta agitavano lo spauracchio della pornografia piuttosto che quello della pedofilia per demonizzare la Rete. Uso la Rete da 12 anni, ho utilizzato servizi che i ‘nuovi arrivati’ neanche conoscono perché ormai scomparsi o poco conosciuti (tipo gopher, veronica, telnet, IRC et similia), perciò non ho mai sopportato quei giornalisti che parlano male di cose che neanche conoscono (la Rete). Non sopporto Carlini che continua a contrapporre i blog alla carta stampata (quando sono invece due cose complementari e diverse tra loro). Sono stato contrario alla campagna di Epolis contro il sito di orgoglio pedofilo in quanto la ritenevo controproducente perché 1) si è prodotto l’effetto opposto (aumentando enormemente le visite a tale sito grazie alla involontaria ‘campagna pubblicitaria’ di Epolis) 2) perché tali censure sono facilmente aggirabili 3) perché la censura è avvenuta solo in Italia (mentre nel resto del mondo il sito era ancora visibile) 4) perché la pedofilia si perpetra all’interno delle famiglie, e non in Rete. Gli ambienti domestici sono i luoghi dove avvengono maggiormente le violenze ai minori.
Detto questo però, che facciamo, sottovalutiamo il giro d’affari pazzesco che c’è in Rete in merito alla pedofilia? Che facciamo, evitiamo di parlare del fenomeno dei pedosciacalli? Che facciamo, evitiamo di considerare che la Rete sta diventando sempre di più un potente mezzo di comunicazione e che quindi facilita anche i contatti tra i pedofili? Che facciamo, evitiamo di parlare dei 256.302 siti monitorati dalla Polizia Postale? Non è diffamazione della Rete questa, è cronaca. Come dico sempre, la verità non sta quasi mai da una parte sola, perciò, ciò che era vero qualche anno fa, ora non lo è più. Gli articoli sulla carta stampata che ho sempre combattuto, erano di ben altro taglio (della serie: la Rete è un covo di pedofili, è un supermarket della pornografia). Quello di oggi mi sembra diverso. Del resto anche Punto Informatico parla spesso di pedofilia e pedopornografia in Rete (facendo una ricerca su PI escono qualcosa come 148 documenti). E poi, se davvero Repubblica demonizza la Rete con questi articoli di pseudo-giornalismo, allora anche UNICEF e Polizia Postale devono esagerare un po’ con questa ‘Rete pedofila’, no? Si legge su Punto Informatico: “Secondo la Polizia Postale, l’11 per cento dei minori italiani che si collegano alla rete è venuto in contatto con pedofili”. Però. Certo, mi direte voi, non sarebbe male se su Repubblica parlassero anche degli 80.000 italiani che ogni anno praticano il turismo sessuale, alimentando un torbido giro che coinvolge molti paesi (con governi troppo permissivi). Giusto, è vero, sono d’accordo su questo.
Io di solito leggo Google News e lo trovo ottimo (specie perché si possono effettuare le ricerche all’interno delle notizie). Leggo principalmente la versione di Google Italia, ma a volte anche quella inglese (Google.com). Però AB Techno Blog suggerisce una valida alternativa: Press Display. Questo servizio permette la lettura dei più importanti quotidiani di 70 paesi in 37 lingue diverse! Beh, le prime pagine dei quotidiani sono gratuite, le restanti sono a pagamento. Ad ogni modo mi sembra un servizio ottimo per avere un’idea generale di ciò che si dice nel mondo.
E’ da parecchio tempo che avevo intenzione di scrivere un post sulla crisi del settore musicale, sul P2P, sulla pirateria, i CD, le case discografiche e via dicendo. Non lo avevo ancora scritto perché sono pignolo e stavo raccogliendo tutti i dati necessari. Però oggi ho appreso - leggendo Punto Informatico - della lettera inviata all’associazione dei consumatori Altroconsumo da Francesco Rutelli, l’attuale Ministro per i Beni e le Attività Culturali e non ho resistito. Leggendone il contenuto si resta perplessi. Ecco uno stralcio della lettera:
“La distorta pratica del file sharing, intesa come modalità per appropriarsi abusivamente di un’opera d’ingegno in violazione del diritto d’autore, deve essere sanzionata. Ed il fatto che essa assuma il carattere di illecito penale nei casi in cui si accompagni al ‘fine di lucro’ (che, peraltro, la Suprema Corte di Cassazione, con la nota sentenza 149/07, ha riconosciuto non corrispondere al solo risparmio della spesa di acquisto del CD) non deve scandalizzare”.
A quanto pare il Ministro Rutelli non è molto informato in merito all’attuale normativa che regola il diritto d’autore. Secondo la normativa vigente infatti, si configura reato penale anche per coloro che condividono senza contropartita economica, in quanto una recente modifica legislativa ha sosituito il termine ‘lucro’ con ‘profitto’. Si legge infatti sul sito della FIMI (Federazione dell’Industria Musicale Italiana) che
“Chi condivide senza una contropartita economica rimane soggetto ad una sanzione penale che è quella dell’art. 171, comma 1, lett. a-bis”.
Ma non è questo il punto sul quale mi volevo soffermare. Il punto interessante è evidenziato in questo passaggio (sempre tratto dalla lettera di Rutelli):
“Tali sono da considerare gli interessi degli autori e degli editori, per i quali il diritto d’autore costituisce la giusta remunerazione del proprio lavoro, l’opera d’ingegno.”.
E qui occorre fare chiarezza. Si è sempre detto che gli autori devono essere tutelati. Giusto, ma vediamo cosa accade in ambito musicale. Forse non tutti sanno che solo l’8% del prezzo di un CD musicale va all’autore. Il resto va alla distribuzione, ma Il grosso viene intascato dalla casa discografica. Per essere più concreti, su 25 euro che è il prezzo di un CD, solo 2 euro vanno all’artista. Da ciò si evince che anche i prezzi di iTunes store sono gonfiati, in quanto vengono meno i costi relativi alla distribuzione ed alla rivendita (infatti il tutto avviene in Rete). E’ per questo motivo che molti autori si stanno ribellando e si stanno ‘mettendo in proprio’. E’ per questo motivo che stanno nascendo iniziative come Antenna Alliance e Free Music Project. Un crescente numero di gruppi musicali, consente il libero scambio delle loro opere. Per scoprire quale mondo si stia materializzando in Rete, si può cominciare a navigare su siti come Archive.org o come Creative Commons (audio). Spesso gli artisti mettono in rete degli mp3 per farsi conoscere. Molti si appoggiano alla comunità di MySpace. Esplorando il mondo degli artisti indipendenti e delle etichette no-profit, si scopre un intero mondo di musica legalmente fruibile. Legalmente, in quanto sono gli stessi artisti che consentono la libera circolazione della loro musica. Il tutto scavalcando case discografiche, RIAA, SIAE, FIMI, major e chi più ne ha più ne metta. Infatti, a pensarci bene, se parliamo di opere di ingegno, cosa c’entrano le case discografiche? Lo scopo delle case discografiche era - in passato - quello di promuovere e diffondere la musica creata dagli artisti. Ora ciò non è più necessario, perché la tecnologia e la Rete hanno sconvolto completamente l’assetto del mondo discografico. Gli artisti incidono la loro musica, la promuovono e la distribuiscono in modo totalmente indipendente. L’atteggiamento delle case discografiche - e dei politici che tutelano i loro interessi - e’ completamente anacronistico. Una volta produrre un disco richiedeva un notevole impegno economico. Lo stesso discorso valeva per la promozione e la distribuzione. Poi la tecnologia - che opera come uno schiacciasassi che non guarda in faccia a nessuno - ha iniziato la trasformazione. Registrare un pezzo musicale è ormai alla portata di chiunque. Trasformarlo in mp3 è altrettanto semplice. Distribuirlo e pubblicizzarlo non è più un grosso problema. Il vecchio modello di business delle case discografiche è morto. Il bello è che loro non se ne sono accorte. Quanto prima prenderanno coscienza di ciò, tanto meglio sarà per loro. Queste profonde trasformazioni sono sotto gli occhi di tutti, lo dimostrano i successi di iTunes store et similia (nonostante la blindatura con il DRM). La Rete cambia tutta la logica del passato, i vecchi modelli di business non sono più validi e realistici. Infine vorrei tanto parlare di cultura. Le case discografiche infatti, non hanno mai incentivato lo sviluppo dell’arte e della cultura, in quanto hanno sempre promosso musica commerciale. Per essere più chiari: in passato, se eri un artista e volevi creare musica ’seria’ non avevi molte prospettive di vedere diffusa la tua musica. Questo perché i produttori delle case discografiche non avevano interesse alla diffusione della cultura. Il loro unico interesse era - ovviamente - di natura economica. I produttori perciò erano interessati alla promozione di musica meramente commerciale. I produttori decidevano che la tua musica non avrebbe avuto successo, perciò non la prendevano in considerazione tout court. La conseguenza di ciò è che la musica commerciale si diffondeva, a discapito della musica cosidetta seria. Quindi niente rock progressivo alla radio, tanto per essere espliciti, niente video musicali di gruppi underground, niente dischi di fusion, jazz-rock, etnica, blues, country, new-age, elettronica e via dicendo. Per dirla alla Battiato:
“…e sommersi soprattutto da immondizie musicali…sul ponte sventola bandiera bianca…”.
Tale musica non veniva diffusa come avrebbe meritato, restava relegata all’interno di nicchie di appassionati. Totalmente esclusa al grande pubblico. Di conseguenza, la richiesta era scarsa. Se tu non conosci un artista, è difficile che tu lo richieda nei negozi di musica no? E si chiude il cerchio. Quindi le case discografiche sono il veleno della cultura musicale. In pratica le case discografiche hanno affossato l’arte invece di incentivarla. Invece il P2P è uno strumento utile per diffondere la conoscenza. La condivisione permette l’interscambio delle conoscenze. La diffusione della cultura musicale. Chi è ministro della CULTURA, queste cose dovrebbe saperle. Chi è ministro della CULTURA, dovrebbe cercare di diffondere la cultura, non di affossarla. Un celebre negozio di dischi romano, ‘Disfunzioni Musicali’ ha abbassato la saracinesca per sempre. Il motivo? Non vende più dischi. Eppure mi ricordo anni fa, che quel negozio era un punto di incontro per gli appassionati di musica. Insomma, i mutamenti sono già in atto, solo le case discografiche e i brontocrati degli enti controllori (vedi la SIAE) non ne sono consapevoli. Pazienza. Continuassero a perseguire i ragazzini che scaricano mp3. Quando avranno ottenuto ciò che vogliono, ed il legislatore strizzerà l’occhietto con complicità - equiparando chi scarica mp3 al più temibile dei terroristi - beh, a quel punto si renderanno conto di avere un pugno di mosche in mano. Infatti nel frattempo la musica sarà andata avanti senza di loro.
Uno studio realizzato dalla OpenNet Initiative (portato avanti dalla Harvard Law School, la University of Toronto,la University of Cambridge e la University of Oxford) evidenzia una pericolosa tendenza. Secondo lo studio, “sarebbero almeno 2 dozzine i paesi che praticano forme di censura digitale”. Si tratta di “una forte tendenza nella direzione sbagliata” come ha affermato John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harvard. (fonte: Repubblica.it). Ma questa tendenza è sotto gli occhi di tutti a mio avviso, non credo serva uno studio apposito per evidenziare questo fastidioso andazzo adottato dai governi di vari paesi. Meno male che c’è una notizia in controtendenza: dopo le varie pressioni da parte dei sostenitori della privacy in Rete, Google ha annunciato nel suo blog che l’indirizzo IP verrà cancellato dalla base dati dopo tempo variabile tra 18 e 24 mesi. Ricordo a tutti coloro che temessero la violazione della privacy, che esistono strumenti come TOR che consentono l’accesso ad Internet in modo anonimo. Personalmente non ho mai utilizzato tali strumenti per due motivi: primo, ritengo di non avere informazioni personali e riservate da nascondere (i miei dati sono pubblici), secondo, perché preferisco combattere per un paese libero, senza restrizioni o vincoli di sorta, piuttosto che dover utilizzare strumenti - peraltro perfettamente leciti - per aggirare le restrizioni.