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Mercoledì 7 Maggio 2008

Tastiera batterica: quando lavorare fa male alla salute

Archiviato in: Salute, Lavoro, Scienza — Maurizio ( 07:44 )

Contiene una carica batterica 5 volte più alta di quella presente sulla tavoletta del water e 150 volte più alta del limite massimo per evitare danni alla salute, che cos’è? Il cassonetto dei rifiuti? Una discarica? No, la tastiera del computer. Uno studio londinese è arrivato a questa conclusione analizzando la superficie delle tastiere degli uffici britannici. Le cause sono principalmente due: l’abitudine di mangiare davanti al computer e quella di non lavarsi le mani quando si va al bagno. Nelle tastiere analizzate sono stati trovati stafilococchi, coliformi ed enterobatteri. Londinesi zozzoni? Non credo: sarebbe interessante analizzare le tastiere degli uffici italiani. Lo dico sempre che lavorare fa male alla salute! :-D

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Giovedì 1 Maggio 2008

Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire

Archiviato in: Lavoro, Feste, Eventi storici — Maurizio ( 09:55 )

Buon primo maggio a tutti. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” fu lo slogan coniato in Australia nel 1855 dalle organizzazioni dei lavoratori. Una volta le condizioni dei lavoratori erano pessime: si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Il primo maggio 1866, a Chicago, i sindacati organizzarono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Il 3 maggio gli scioperanti si incontrarono davanti alla fabbrica McCormick e vennero attaccati dalla polizia. Gli operai allora organizzarono un presidio a Haymarket Square. La polizia ordinò alla folla di disperdersi. Un ordigno esplose e morirono 12 persone e 7 poliziotti. La polizia aprì il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone 11. Più tardi, il primo maggio venne dichiarato festa dei lavoratori. La festa del primo maggio venne sospesa solo durante il ventennio fascista. 10 anni dopo, nelle fabbriche si lavorava ancora 11-12 ore in media, mentre nelle piccole imprese si lavorava anche 15-16 ore al giorno. Nel 1900 negli USA, la maggior parte degli operai lavorava ancora 10 ore al giorno. In Italia per molto tempo fu in vigore il regio decreto 992/1923 che fissava il tetto massimo dell’orario lavorativo in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali (più 12 ore settimanali di straordinari). Le 40 ore settimanali furono una conquista che si ottenne molti anni dopo, esattamente nel 1969, grazie a successive dure lotte ed accordi contrattuali. I primi furono i metalmeccanici, che con il contratto nazionale del 1969 ottennero aumenti salariali uguali per tutti, e la riduzione d’orario a 40 ore settimanali. In quegli anni gli operai erano di sinistra, non votavano la Lega ed erano rappresentati dal simbolo del martello nel logo del partito comunista (oggi il martello è stato tolto e D’Alema, Occhetto, Veltroni, Bertinotti, Mussi e compagnia hanno spazzato via definitivamente la sinistra dall’Italia). Successivamente si adeguarono tutte le altre categorie. In Italia le 40 ore settimanali vennero sancite per legge solo nel lontano 1997 (legge 196/1977). Nel 1993, la Comunità Europea, con la direttiva 93/104/CE, stabilì il tetto massimo dell’orario lavorativo in 48 ore settimanali (compresi gli straordinari). Tale direttiva venne modificata con quella del 2003, confermando il tetto delle 48 ore. L’11 maggio 2005 però, la Commissione Barroso presentò una modifica alla direttiva del 2003. In tale modifica si portava il tetto massimo da 48 ore a 65! I paesi che spingevano a favore dell’aumento del tetto massimo erano la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Europa dell’Est. La modifica non passò, ma è stato comunque un attacco ai diritti dei lavoratori da non sottovalutare. Ricordiamoci che i nostri diritti non sono acquisiti per sempre. Occorre sempre vigilare (vedi la vicenda dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori). Mai abbassare la guardia.

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Lunedì 7 Gennaio 2008

Ci risiamo: torna la solita routine quotidiana…

Archiviato in: Società, Lavoro, Sicurezza — Maurizio ( 19:30 )

Fine delle ferie: si torna al lavoro. Il cambio di “fuso orario” è stato repentino. Per timore di non sentire la sveglia, non ho dormito proprio. Arrivo al garage e cascano dalle nuvole: “ah! Non mi ricordavo che prendeva la macchina alle 7.15… non fa nulla, ora gliela sposto subito” (e dire che avevo avvertito ieri). Arrivo al lavoro e hanno disabilitato il mio account. Già, perché tutti gli anni, il primo gennaio si disabilitano gli account. Ormai è una tradizione. Fa parte del Natale. Per poter lavorare, devi richiedere nuovamente l’autorizzazione. “Motivi di sicurezza”, dicono. Sono 7 anni che lavoro in questa banca, ma tutti gli anni è la stessa storia. In realtà questa è solo la solita insulsa burocrazia all’italiana. Già, perché la soluzione temporanea è quella classica: ti fai prestare l’account da un collega. Alla faccia della sicurezza! Vi svelo un segreto: non lasciatevi incantare dalle fantastiche storie di hacker (che in realtà andrebbero chiamati “cracker”) che si intrufolano all’interno dei sistemi informatici. Ma quando mai. La maggior parte delle intrusioni avviene dall’interno! Comunque questo “disguido” costa alla banca qualche centinaio di euro. Il prezzo della mia giornata “lavorativa” (che non intasco io, sia ben chiaro). Però c’è la sicurezza. Vuoi mettere? Ovviamente, con un diverso account il mio computer non riconosce la tastiera italiana. Miracoli di Windows. Niente lettere accentate, due punti, apici, doppi apici, punti interrogativi. Niente. Solo le normali lettere dell’alfabeto. Ora penserete: ok, modifica il layout della tastiera, no? Ehm, sempre per motivi di sicurezza, non posso farlo. L’utenza che sto usando non mi permette neanche di modificare data e ora del computer. Dovete sapere che noi consulenti, per poter svolgere il nostro lavoro, abbiamo sovente la necessità di entrare all’interno delle basi dati di produzione. Si tratta degli archivi che contengono i dati reali dei clienti e delle aziende. Non si può fare altrimenti. Ovviamente ogni cosa che fai viene registrata automaticamente, perciò l’idea di poter solo immaginare vagamente l’ipotesi remota di qualcosa che può aver il minimo sentore di operazione illegale e già ti trovi dietro alle sbarre. Ciò nonostante, l’errore umano è sempre possibile. Magari qualche dato “si perde” (scherzo). Quindi, ricapitolando: puoi fare danni all’interno degli archivi dove ci sono i dati dei clienti, però non puoi cambiare la data sul tuo computer! Bizzaro, vero? Vi svelo un altro segreto: la sicurezza dei sistemi informatici non dipende tanto dalle accorte misure adottate dagli amministratori di sistema. No, dipende dalla responsabilità degli sviluppatori che bazzicano all’interno. Già, perché se fai qualche danno sono cazzi. I tuoi ovviamente. Ok, ora però non vorrei farvi credere che le banche prendano sotto gamba la questione della sicurezza informatica. Non è così. Io qui esagero un po’ e ironizzo su certe incongruenze. Ma torniamo ai problemi di tipo “logistico”. Mi sono fatto una piccola mappa dei caratteri “critici” premendo il tasto “ALT” e le varie combinazioni di codici ascii (ALT 133 è il carattere “à”, per intenderci). Perfetto. Ogni volta che mi serve un carattere accentato, faccio copia incolla. Aspetta, dove si trova il punto interrogativo? Ah, sì, “maiuscolo underscore”… Che stress. Aaah! Si ricomincia proprio bene. Rientrati a pieno ritmo all’interno della routine quotidiana.

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Mercoledì 12 Dicembre 2007

Nuove tendenze: i video curriculum

Archiviato in: Web, Lavoro, Internet — Maurizio ( 16:20 )

Era prevedibile: negli USA sta prendendo sempre più piede il ‘video curriculum’, un filmato con il quale ci si presenta alle aziende e si richiede un lavoro. Recenti ricerche affermano che il 65% delle aziende americane ritiene il video curriculum uno strumento valido che presto soppianterà il classico curriculum testuale. La Rete offre anche degli strumenti per la creazione di filmati, con la possibilità di inserire allegati testuali. Qual è la situazione in Italia? Da tempo chi invia il proprio curriculum vitae, usa due formati: DOC (utilizzato principalmente su Windows) e PDF (un formato utilizzabile su più ambienti). Inutile dire che il formato PDF è migliore, in quanto utilizzabile sia su Windows che su Linux che su Mac. Le aziende italiane hanno imparato ad usare la posta elettronica (forse). I curriculum non si spediscono più con una raccomandata (forse). Tutto bene quindi? Non credo. L’Italia - si sa - in ambito informatico è parecchi anni indietro rispetto agli USA. Mi verrebbe da sorridere al solo pensiero di proporre curriculum in formato video ai faccendieri nostrani. Calcolando quanto essi siano proiettati verso il futuro infatti, non mi stupirei di sentire frasi del tipo: ‘beh, in formato word sarebbe meglio…’.

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Sabato 17 Novembre 2007

Una condizione di vita ‘a misura d’uomo’ è possibile?

Archiviato in: Società, Salute, Lavoro, Automobili, Riflessioni — Maurizio ( 19:30 )

Questo è un post che avrei voluto scrivere da molto tempo. L’incidente che ho avuto ieri mentre tornavo a casa dal lavoro, mi ha spinto alla fine a mettere i miei pensieri su ‘carta virtuale’. L’argomento è: la qualità della vita. Io abito a Roma e la mia vita è simile a quella di migliaia di persone. Né migliore né peggiore. Vorrei raccontare la mia routine quotidiana, per poi analizzarla per fare delle riflessioni. Premetto che la mia non vuole essere una sorta di lamentela o di sfogo, è solo un modo come un altro per discutere di concetti dei quali sono profondamente convinto. Si parte.

La routine quotidiana

Alle 6 di mattina suona la sveglia. Fuori è buio oppure inizia a schiarire, dipende dalla stagione e dall’ora legale o solare. Indipendentemente dalle condizioni climatiche e dal sonno, la sveglia impone la brusca interruzione di un’attività fisiologica. Ti alzi e ti prepari per andare al lavoro. Ora, io la mattina - prima di uscire di casa - faccio un sacco di cose. Rifaccio il letto, faccio colazione, lavo i piatti della sera prima, mi faccio la doccia (a giorni alterni mi lavo anche i capelli), espleto tutte le attività fisiologiche che ehm, non credo sia necessario descrivere vero? :D Alla fine mi vesto ed esco di casa. Il tempo a disposizione è cronometrato al minuto. Già, perché dovete sapere che - dove abito io - se esci di casa 5 minuti dopo (non esagero, si tratta proprio di minuti) trovi un traffico tale da ritardare una buona mezz’ora. Ritardare mezz’ora al lavoro, significa non trovare parcheggio per la macchina. Significa uscire più tardi dal lavoro. Significa arrivare più tardi a casa. Quindi è vitale rispettare gli orari. Si comincia a correre a partire da quando suona la sveglia. Siamo tanti Fantozzi. Prendete la metropolitana la mattina: vedrete migliaia di persone correre come pazzi. Fermatevi per un momento ad ‘ascoltare’ il traffico: continui colpi di clacson, automobilisti inviperiti, motorini che transitano sui marciapiedi. Tutto questo è fonte di stress. Per evitarlo, dovrei evitare di prendere la macchina e usare i mezzi pubblici. Beh, lo farei se non fosse per il fatto che a quell’ora - sempre dove abito io - prendere i mezzi pubblici è un’odissea. La metropolitana è invivibile. Scatole di sardine. Una volta arrivato al lavoro, dovresti poter rifare la doccia. Quindi non si cambia molto, si trasla solo la fonte dello stress. Comunque siamo arrivati al lavoro. Ora, il mio lavoro non mi piace molto, diciamo che è stato una sorta di ripiego. Lo svolgo senza infamia e senza lode, ma non potrei dire di certo che lo faccia con passione. A dire il vero, la passione potrebbe anche esserci, se non fosse per il fatto che te la fanno passare (ma questo è un discorso lungo che esula dal contesto di questo post). Finite le 8 ore obbligatorie (le 40 ore settimanali sono state una dura conquista dei lavoratori), si torna a casa. Ci si rimette in macchina. Il viaggio in automobile, va analizzato anch’esso, in quanto è fonte di stress. Bene, ora ragioniamo su quanto esposto. Analizziamo alcuni punti chiave.

La sveglia

Partiamo dalla sveglia: è qualcosa di innaturale, poiché il nostro orologio biologico interno rispetta i cicli circadiani. Questo significa che l’uomo si sveglia naturalmente quando sorge il sole. E’ dimostrato che la luce è correlata direttamente al sonno. Il buio riduce la produzione di cortisolo ed aumenta quella della melatonina. La luce del sole, attraversando le palpebre, colpisce la retina la quale invia stimoli all’ipotalamo, all’ipofisi e alla ghiandola pineale e i livelli di cortisolo/melatonina si invertono. Insomma, se è buio, l’uomo non si desta dal sonno naturalmente: occorre la sveglia, lo strumento più innaturale che sia stato mai inventato. Esiste anche un tipo di depressione, chiamata ‘disturbo affettivo stagionale’ (SAD) correlata alla produzione di melatonina e all’esposizione alla luce solare. Del resto, le statistiche confermano come la percentuale di suicidi sia più alta nei paesi del nord Europa (dove c’è minor luce solare). Insomma, la sveglia è la prima fonte di stress.

Il traffico

Vediamo ora il traffico: le aziende, le scuole e gli uffici, aprono più o meno alla stessa ora. Ciò significa che esistono le ore di punta. Il traffico è incrementato anche dalla scarsa efficienza dei mezzi di trasporto pubblici. Basta osservare la situazione di Paesi civili come la Francia o l’Inghilterra. Paesi dove il sistema dei mezzi di trasporto pubblico è efficiente. Questi problemi i politici nostrani non li capiranno mai, in quanto loro viaggiano con le auto blu e come è noto, l’Italia detiene il record mondiale come numero di auto blu (574.215, quasi il decuplo di quelle presenti in Francia). Il traffico è fonte di stress, anche perché gli italiani al volante sono inviperiti.

Gli italiani sono un popolo di ‘furbi’

Sempre dove abito io, gli automobilisti non sono molto disciplinati. La regola fondamentale è: fare i ‘furbi’ (diciamo così) più degli altri. Regola che mi risulta difficile da applicare, in quanto non sono furbo per natura. Cosa significa? Beh, c’è un detto che illustra bene il concetto: “chi pecora si fa, lupo se la magna”. La conseguenza di questa ‘furbizia’, del non rispettare le comuni regole del codice stradale, è la possibilità di fare incidenti. E’ solo un discorso di casualità, di probabilità, di numeri. Due volte al giorno (andata e ritorno), tutti i santi giorni, beh, alla fine non si scappa. Qualche furbetto che magari è pure maldestro lo trovi, ed ecco l’incidente. E’ puro caso. Non ci sono strategie per evitarlo. Io ci ho riflettuto parecchio. Del resto un giorno si ed uno no, vedo un motorino sdraiato sull’asfalto. Questi incidenti non accadrebbero se la gente rispettasse le regole del codice della strada. Un po’ come quando si è alla posta o al negozio di alimentari: ormai hanno dovuto adottare i ‘numeretti’ un po’ ovunque, perché la gente non rispettava la fila e sgomitava per essere servita prima. Noi italiani abbiamo la ‘furbizia’ incastonata nel cervello, non si scappa. Sembra quasi essere una virtù. Infatti chi va avanti fregando il prossimo, si dice che ‘fa il furbo’, mentre si dovrebbe dire più correttamente che ‘fa lo stronzo’. Poi però ci lamentiamo dei politici (che sono lo specchio dei cittadini che li hanno votati). Da notare che nei giorni non lavorativi, negli orari con meno traffico, gli automobilisti sono più disciplinati e rispettano le file. Non sottovalutiamo questo punto, perché è importante. Basterebbe modificare gli orari di apertura di scuole, aziende ed uffici per migliorare un po’ le cose.

L’orario di lavoro

Consideriamo ora l’orario di lavoro: chi lo ha detto che è necessario lavorare 8 ore al giorno? Se lo scopo è il raggiungimento di un obiettivo, seguire uno schema rigido di ore lavorative non è necessario. Lo ha capito IBM, consentendo ai dipendenti maggiore libertà su orari e ferie: l’importante è il raggiungimento dell’obiettivo. Incredibilmente, così facendo, si è avuto un aumento di produttività. L’orario di lavoro è qualcosa di arcaico che risale al lavoro nelle fabbriche, alla catena di montaggio che, come ben sappiamo è un’attività alienante.

La coscienza di classe

La cosa più interessante però è che non ci rendiamo conto della scarsa qualità della nostra vita. Non ridete se rispolvero vecchi concetti come quello della coscienza di classe e dell’alienazione del lavoro. Non sono vecchi concetti e vecchie ideologie. Al contrario, sono terribilmente attuali. Anche se non esistono più le catene di montaggio di una volta, anche se dall’era industriale siamo passati all’era dei servizi, il problema non è mutato di una virgola. Oggi - così come allora - esistono i padroni e gli operai. I primi godono di uno stile di vita innegabilmente migliore. Oggi gli operai si chiamano lavoratori dipendenti, e i padroni si chiamano datori di lavoro, ma non è cambiato nulla. I termini sono più dolci, si usano degli eufemismi, ma la sostanza è la stessa. I lavori dove il rapporto padrone-operaio risulta più marcato sono quelli svolti all’interno dei call center. Ho usato il termine ‘operaio’, ma in alcuni casi il termine ’schiavo’ sarebbe più calzante.

L’alienazione del lavoro

La cosa interessante è l’adattamento dell’uomo. L’uomo è l’animale più adattabile della terra: ecco perché non si è estinto nei millenni. Supera magnificamente tutti gli ostacoli creati dalla selezione naturale. Questo significa che ci siamo così abituati a questo stile di vita da considerarlo ineluttabile. Anzi, molti neanche si rendono conto della loro alienazione (per non parlare di coloro che considerano il lavoro lo scopo principale della vita). La maggioranza delle persone, è costretta a sottostare alle decisioni prese dai padroni. La conseguenza inevitabile è che - essendo esclusi dalla catena decisionale - si avverte il proprio lavoro come qualcosa di estraneo, come una pratica da espletare il prima possibile. Questa è l’alienazione del lavoro. Tutto ciò non è naturale.

La falsa scusa del costo del lavoro

Chi è diventato padrone, spesso è arrivato al comando grazie a manovre scorrette e prive di scrupoli. Pochi sono quelli che hanno raggiunto i vertici grazie alle loro effettive capacità. Coloro che fondarono aziende come la Pirelli, la Fiat, la Telecom (come si chiama oggi) et similia, erano persone innovative; coloro che sono subentrati successivamente, sono al contrario dei faccendieri che speculano finanziariamente (vedi il caso emblematico di Tronchetti-Provera). La crisi del lavoro deriva da qui, non ci prendiamo in giro. Deriva dalla mancanza di innovazione, non dal costo del lavoro. I ricchi esistono in quanto impoveriscono le masse con lo sfruttamento. Se tutti guadagnassimo le stesse cifre infatti, non esisterebbero né ricchi né poveri. I Paesi ricchi sfruttano quelli più poveri e le persone ricche sfruttano quelle più povere. Questo stile di vita innaturale, non produce solo stress ma arreca veri e propri danni alla salute. Io lavoro 8 ore davanti ad un computer. Bene, è dimostrato che lavorare più di otto ore al giorno davanti ad un video aumenta la probabilità dell’insorgere di patologie come il glaucoma. Patologie gravi. Non sono scherzi questi: sono dati statistici. Ecco perché per legge, ogni due ore occorre effettuare una pausa di 15 minuti, possibilmente guardando lontano. Ma tutto deriva dal fatto che - sempre per legge - l’orario di lavoro ha la durata di 40 ore settimanali (legge n. 196 del 1997). Alcuni Paesi hanno adottato le 36 ore (e oggi i padroni si lamentano). Alcune aziende intelligenti hanno limato i vincoli dell’orario di lavoro (e ne raccolgono i frutti in termini di maggiore produttività). Ma è ben poca cosa. Il capitalismo, la globalizzazione, portano ad ideologie aberranti (vedi la flessibilità). Invece di ridurre l’orario di lavoro, si tende ad allungarlo, abusando degli straordinari. I padroni chiedono sempre di più e offrono sempre di meno: infatti per loro la crisi economica è dovuta al costo del lavoro. Secondo me invece, la crisi economica, specie quella italiana è dovuta alla incapacità imprenditoriale dei faccendieri che comandano. Non si fa ricerca, non si fa innovazione, si resta ancorati agli schemi produttivi di 40 anni fa. Per imitare il modello cinese (inapplicabile in Italia) si produce all’estero (vedi le 20.000 aziende italiane in Romania). Questo è il problema.

Quando la storia è terribilmente attuale

Una volta le condizioni dei lavoratori erano pessime: si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Il primo maggio 1866, a Chicago, i sindacati organizzarono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Il 3 maggio gli scioperanti si incontrarono davanti alla fabbrica McCormick e vennero attaccati dalla polizia. Gli operai allora organizzarono un presidio a Haymarket Square. La polizia ordinò alla folla di disperdersi. Un ordigno esplose e morirono 12 persone e 7 poliziotti. La polizia aprì il fuoco sulla folla, ferendo dozzine di persone e uccidendone 11. Più tardi, il primo maggio venne dichiarato festa dei lavoratori. Tale festa venne sospesa solo durante il ventennio fascista. Chissà perché a me vengono in mente, per associazione, i fatti del G8. Mah! Nonostante ciò, 10 anni dopo, nelle fabbriche si lavorava ancora 11-12 ore in media, mentre nelle piccole imprese si lavorava anche 15-16 ore al giorno. Nel 1900 negli USA, la maggior parte degli operai lavorava ancora 10 ore al giorno. In Italia per molto tempo fu in vigore il regio decreto 992/1923 che fissava il tetto massimo dell’orario lavorativo in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali (più 12 ore settimanali di straordinari). Le 40 ore settimanali furono una conquista che si ottenne molti anni dopo, esattamente nel 1969, grazie a successive dure lotte ed accordi contrattuali. I primi furono i metalmeccanici, che con il contratto nazionale del 1969 ottennero aumenti salariali uguali per tutti, e la riduzione d’orario a 40 ore settimanali. Successivamente si adeguarono tutte le altre categorie. Nel 1969 iniziò la cosiddetta ’strategia della tensione’ con la famosa strage di piazza Fontana (sulle responsabilità della vicenda non si fece mai luce). Ad ogni modo, in Italia le 40 ore settimanali vennero sancite per legge solo nel lontano 1997 (legge 196/1977). Nel 1993, la Comunità Europea, con la direttiva 93/104/CE, stabilì il tetto massimo dell’orario lavorativo in 48 ore settimanali (compresi gli straordinari). Tale direttiva venne modificata con quella del 2003, confermando il tetto delle 48 ore. L’11 maggio 2005 però, la Commissione Barroso presentò una modifica alla direttiva del 2003. In tale modifica si portava il tetto massimo da 48 ore a 65! I paesi che spingevano a favore dell’aumento del tetto massimo erano la Gran Bretagna e alcuni paesi dell’Europa dell’Est. Insomma, questa storia dell’orario del lavoro è un tema molto caldo. Un capitolo mai chiuso definitivamente. Tratto da Resistenze.org:
“Ancora una volta l’inizio di un nuovo ciclo di lotte viene inaugurato dagli operai della FIAT, che il 30 marzo del 1968 scendono in sciopero per l’orario di lavoro e il cottimo. Il 19 aprile del 1968 a Valdagno (Vicenza), gli operai della Marzotto in segno di protesta contro il paternalismo padronale, durante una lotta per  aumenti salariali, abbattono la statua del fondatore dell’azienda. Pochi mesi dopo, nell’estate, lotte dure scoppiano a Porto Marghera e alla Pirelli Bicocca di Milano. Le lotte, nate alla FIAT, si estendono su tutto il territorio nazionale. Per contrastare l’azione padronale e la linea sindacale considerata da molti lavoratori “troppo moderata”, in alcune località operai e impiegati, insieme, danno vita a nuove forme di organizzazione unitaria: i Comitati di Lotta. A Cagliari (Italallumina, Rumianca) ed a Napoli (Italsider, Ignis Sud), attraverso i comitati di lotta, vengono sperimentate nuove forme di organizzazione. Alla Pirelli di Milano, nella lotta per il controllo dei cottimi e agganciarli all’inflazione, si diffonde a livello di massa la critica contro i partiti, compreso quello comunista, accusati da consistenti gruppi di operai di avere più a cuore gli interessi dei capitalisti che quelli degli operai.”
A me questa storia sembra terribilmente attuale…

La soluzione?

Il lavoro è un concetto nato nelle società umane. Ciascuno di noi produce e consuma. Ma non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro è una necessità, non un piacere (tranne per pochi casi fortunati). Forse sarebbe il caso di renderlo più gradevole. La nostra vita è piena di stress. Non è naturale. Vediamo come me la immagino io una vita più a misura d’uomo, e poi vediamo se è utopia o se è realizzabile. Una vita senza sveglia. Senza orari di lavoro. Mi viene in mente il telelavoro, la libera professione, il lavoro autonomo o - molto più semplicemente - lavorare ragionando per obiettivi. Ma il telelavoro non prende piede e gli orari di lavoro non si toccano. Manca la sensibilità politica e sindacale. Se politici e sindacati non sono sensibili a problemi come il lavoro precario, potranno mai essere sensibili a problemi come lo stress da lavoro? Ne dubito. Io sono ateo e non credo nell’aldilà. Credo a questa vita che abbiamo e che non dobbiamo sprecare, perché è una sola. Visto che sperare in un aiuto fornito dalla politica è pura utopia, occorre arrangiarsi da soli. Vedo due strade: andar via dall’Italia (magari in un piccolo villaggio di pescatori in un’isola sperduta nell’oceano indiano) oppure gestirsi il lavoro in modo autonomo, aprendo una attività propria. Il lavoro autonomo rende più indipendenti e liberi da vincoli innaturali. Scartando l’ipotesi dell’emigrazione, non resta altro che aprire una attività propria. Il problema è che in Italia - a differenza dei Paesi civili - aprire una attività propria è un incubo. Tutto è studiato per scoraggiare la libera iniziativa. In Italia esiste ciò che in economia viene definita “barriera all’entrata”. Cioé, se non guadagni da subito una certa cifra, il fisco ed il sistema contributivo ti uccidono prima ancora di iniziare. Per non parlare poi degli studi di settore, dove è previsto un guadagno minimo. Dichiari un minor guadagno di quello che LORO stabiliscono? Non è possibile. LORO dicono che stai evadendo il fisco. Ragazzi, è dura vivere in Italia. Ma tornando allo stile di vita innaturale, credo che occorra fare qualcosa per cambiare le cose, per vivere una vita più a misura d’uomo. A livello politico, sono molte le cose che si potrebbero fare. Basterebbe maggiore sensibilità verso certi problemi e la volontà nel volerli risolvere. Idee? Suggerimenti? Commenti? Come la pensate?

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Venerdì 16 Novembre 2007

Concorso Android rivolto a tutto il mondo. Italia esclusa. Google spaventato dalla nostra burocrazia

Archiviato in: Google, Lavoro, Cellulari, Tecnologia, Aziende — Maurizio ( 10:49 )

Dopo una buona notizia, una cattiva. Google ha indetto un concorso indirizzato a tutti i programmatori del mondo, per sviluppare applicazioni per la nota piattaforma Android (il software open source che Google pensa di installare nei prossimi cellulari). E’ previsto un premio di 10 milioni di dollari. Bene, a tale concorso non sarà ammessa l’Italia (insieme a Cuba, Iran, Corea del Nord, Myanmar, Siria e Sudan). Il motivo? Troppa burocrazia. Google non ha intenzione di impelagarsi in lungaggini legislative farraginose in materia di concorsi. Insomma, l’Italia è nota in tutto il mondo per i suoi cavilli e legacci normativi. Il Fisco ad esempio, è l’emblema della burocrazia in Italia. E mentre nei paesi civili, un giovane compila un modulo e apre una azienda, in Italia lo stesso giovane deve interpellare un esperto di diritto per capire come si deve muovere per non essere fuorilegge. In Italia c’è il problema della disoccupazione, dei lavori precari, della crisi delle aziende. Un giovane potrebbe mettere su un’impresa oppure lavorare in un call center. Beh, di solito opta per il call center, perché mettere su un’impresa, da noi è un’impresa nel vero senso della parola (il gioco di parole è voluto). Ad esempio, se l’attività è poco conosciuta, sarà difficile capire quale codice attività usare all’atto della registrazione dell’impresa alla Camera di Commercio. Se poi l’attività viene svolta su Internet (oggetto misterioso sconosciuto ai legislatori) sono dolori. In Italia c’è poi il problema delle banche: nei paesi civili, le banche finanziano l’idea. Così, se tu vuoi creare qualcosa dal nulla ma non hai i soldi, la banca te li presta. Questo non è possibile in Italia, dove le banche non rischiano un centesimo di euro e preferiscono dare soldi a noti faccendieri o fregare i propri clienti con Bond argentini e azioni Parmalat. Morale? Negli USA i giovani aprono continuamente nuove aziende (le chiamano start-up), in Italia, regna sovrano l’immobilismo e le manovre dei faccendieri (Tanzi, Fiorani, e compagnia).

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Mercoledì 24 Ottobre 2007

Gli italiani mangiano televisori!

Archiviato in: Società, Lavoro — Maurizio ( 07:43 )

In Italia non ci sono i soldi. In Italia la gente non arriva alla fine del mese. Già, ma allora mi chiedo: se tu sei una grande catena commerciale, non so, diciamo Mediaworld, che fai, apri un centro commerciale a Burkina Faso? Non credo, no? Perché sai bene che lì non hanno occhi per piangere, figurarsi se hanno i soldi per comprare un televisore al plasma da 43 pollici. E allora la domanda sorge spontanea: come mai - io vedo la realtà di Roma - spuntano quasi quotidianamente nuovi centri commerciali sempre più grandi? Parco Leonardo, Parco Da Vinci, Mediaworld, Porta di Roma, Roma Est, Unieuro…Recentemente sono stato al centro commerciale di Porta di Roma; beh, è semplicemente immenso. Ci vuole una centrale nucleare solo per alimentare tutte le luci che lo illuminano! Ma allora viene da pensare: vuoi vedere che sotto sotto, gli italiani comprano i televisori da 43 pollici? E se li comprano, con quali soldi? Già, ma se ti guardi intorno, poi vedi che chi visita questi grandi centri commerciali, usa la macchina. Si ma quali macchine girano? Mica tanto piccole: BMW, Mercedes, SUV, fuoristrada. Avete idea di quanto costi un fuoristrada? Ricapitoliamo: gli italiani comprano i televisori al plasma da 43 pollici e li comprano nei centri commerciali, dove si recano usando grossi fuoristrada. E che dire dei cellulari? C’è gente che ne cambia uno ogni 3 mesi. Vogliamo parlare dei giovanissimi griffati? Se senti i genitori, non puoi non comprargli roba griffata: i figli si sentirebbero degli esclusi. Hmmm…c’è qualcosa che non torna con il prezzo delle zucchine. C’è qualcosa che non torna con lo stipendio che non permette di arrivare alla fine del mese. Allora due sono le cose: o i soldi ci sono, oppure gli italiani fanno acquisti senza soldi. Sarà per via dei finanziamenti? Compri oggi e paghi l’anno prossimo con 36 comode rate a tasso zero. Se fosse così, vuol dire che gli italiani hanno scoperto il modo di acquistare tutto ciò che vogliono senza soldi. Bingo! Già, ma il pane e il latte non li compri a rate. Un litro di latte costa 1,50 euro. Un kg di pane costa fino a 2,80 euro. Cosa mangiano gli italiani? Televisori da 43 pollici? Se tutta l’economia dell’Italia fosse basata sui finanziamenti, allora a me verrebbe in mente la saggezza popolare e i vecchi detti: alla fine tutti i nodi vengono al pettine…oppure…c’è dell’altro. Forse ci sono tante persone che non arrivano a fine mese, ma, contemporaneamente, ci sono molte persone che a fine mese ci arrivano benissimo. E allora penso a chi guadagna 100 e dichiara 10. Vediamo…i lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, non possono evadere, in quanto le tasse vengono prelevate alla fonte. Prima paghi le tasse e poi prelevi lo stipendio. Chi resta fuori? Coloro che non sono dipendenti. Mi vengono in mente: commercianti, liberi professionisti, avvocati, notai, dentisti, meccanici, elettrauto…Ah-ha! Allora non tutti stanno così male in Italia! Vuoi vedere che gli unici che stanno male e che non arrivano a fine mese sono i lavoratori dipendenti? E questo spiegherebbe una volta per tutte, perché sono così pochi quelli che votano a sinistra (quella vera, cioè *molto* a sinistra). Che dire, devo solo capire quali sono le categorie di lavoratori che hanno i soldi, poi cambio lavoro e voto a destra! Se non puoi combatterli devi allearti! Si scherza eh? Non voterò mai a destra, è più facile che un cammello attraversi la cruna di un ago. ;-)

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Martedì 16 Ottobre 2007

Padoa-Schioppa, trema: sta arrivando il B-Day!

Archiviato in: Politica, Società, Moralismo, Lavoro — Maurizio ( 06:21 )

E dopo il V-Day di Beppe Grillo, ecco il B-Day, ossia, il Bamboccione Day. Il primo dicembre 2007 i giovani precari che intendono protestare contro questo Governo a causa della scarsa attenzione posta al problema del precariato, potranno aderire al Bamboccione Day. Sei un bamboccione? Ti senti offeso da quella frase idiota pronunciata dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa? Allora aderisci al B-Day! Mentre scrivo, sono quasi 10.000 le adesioni. Si tratta ancora una volta di una manifestazione organizzata dal basso, utilizzando la Rete. E’ anche possibile ordinare la maglietta del Bamboccione Day (con la scritta ’sono un bamboccione’): una volta usata durante la manifestazione, verrà inviata al Ministero dell’Economia dentro una busta avente la scritta: ‘Mamma, me la lavi?’. Io dico che l’idea è geniale. Io dico che fino a quando i giovani non si faranno sentire, la gerontocrazia (come giustamente la definisce il Corriere) non si sveglierà dal letargo. Fino a quando i lavoratori precari non si faranno sentire, le cose non cambieranno in Italia. Già, perché se Governo, Sindacati e Confindustria, si mettono d’accordo su un protocollo del welfare che se ne frega dei giovani, allora è colpa nostra se votiamo ‘SI’ nei referendum-farsa. Ma io dico: quando senti parlare questi ‘vecchietti’, ti rendi conto di quanto siano lontani dalla vita reale. C’è gente come Formigoni, che ignora completamente l’entità dello stipendio medio di un operaio metalmeccanico (lo ascoltai con le mie orecchie, buttare lì cifre a caso). Evidentemente, Padoa-Schioppa non è da meno: come si fa ad ignorare la motivazione vera che impedisce la creazione di nuove famiglie? Come si fa a non capire come mai la natalità è praticamente azzerata in Italia? Come si fa a non capire come mai i giovani (oddio, c’è anche gente di 40 anni) non riescono ad andare via di casa? Melandri? Se ci sei batti un colpo. Bindi? Se ci sei batti un colpo. Altrimenti il Ministero per le Politiche Giovanili e quello per la Famiglia a che caspita servono? A mangiare soldi dei contribuenti? Come fa questo Governo a non capire che ora sono i pensionati ad accudire ai giovani? Padoa-Schioppa? Ma perché non ti leggi Schiavi moderni prima di affermare simili assurdità? Io a questa gente la farei campare davvero con 600 euro al mese, altro che 20.000 euro! Io a Maroni - che adora tanto la sua legge 30 (allora era Ministro del Lavoro) - lo farei lavorare a progetto!

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Giovedì 11 Ottobre 2007

Welfare: secondo i primi dati parziali, vincono i SI

Archiviato in: Lavoro — Maurizio ( 16:14 )

Secondo i sindacati, il 70-80% dei lavoratori ha votato SI al protocollo sul welfare. Scettico il segretario nazionale della FIOM Cremaschi, secondo il quale tale risultato deriva da una estrapolazione di dati parziali: non sarebbero state prese in considerazione le aziende dove hanno vinto i NO (Mirafiori, Zanussi, Iveco ed altri). Se i risultati saranno confermati, gli italiani avranno promosso il protocollo. Sarà, però a me destano perplessità alcuni punti: gli straordinari, il tetto delle 5.000 unità (relativo ai lavori usuranti) e i contratti a termine. In pratica si incentivano gli straordinari (che costeranno di meno), si limita il numero dei lavoratori impiegati in lavori usuranti che potranno andare in pensione in anticipo e si fa poco per debellare l’imperversare dei lavori a tempo determinato. Sarà, ma io continuo a pensare che la flessibilità sia una grossa baggianata. Continuo a pensare che la legge 30 abbia arrecato grossi danni aumentando a dismisura il fenomeno del precariato. Le aziende sono indotte ad assumere a tempo determinato perché così i lavoratori costano meno. Continuo a pensare che invece di incentivare gli straordinari, occorrerebbe ridurre l’orario di lavoro. Come ha fatto la Francia nel 1998 con l’adozione delle 35 ore (anche se ora Sarkozy sta attaccando la legge Aubry che ha introdotto le 35 ore). Insomma, su questo protocollo ci sono parecchi punti che non mi quadrano. Ma Prodi e i sindacati sono soddisfatti…

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Venerdì 3 Agosto 2007

Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi)

Archiviato in: Politica, Lavoro — Maurizio ( 11:10 )

Il pacchetto Damiano (o “welfare” come si usa dire oggi che la lingua italiana ci fa tanto ma tanto schifo) sta andando in porto. La CGIL firma con riserve, lo dice Epifani! Finalmente il Governo Prodi si occupa dei lavoratori precari! Basta contratti atipici, basta co.co.co., basta co.co.pro., basta coccodè! Finalmente!

Come dite? Le cose non stanno esattamente così?

Come dite? Il pacchetto Damiano non elimina la legge Biagi (o legge 30 che dir si voglia) dalla faccia della terra? Come dite? Ora se ti assumono a tempo determinato per 36 mesi e se poi ti rinnovano, sono obbligati ad assumerti a tempo indeterminato? Wow! Una vera svolta. E se ti assumono per 35 mesi e 29 giorni e poi ti mandano a cagare tanto ne trovano a vagonate di altri disoccupati come te? Non c’è che dire, questo Governo ci sa proprio fare! Si parla tanto di ‘sinistra radicale’ che impedisce di governare…ma per favore. Io lo dico da un pezzo: se lo chiamavate PDC (Partito Democratico Cristiano) invece di PD, acchiappavate pure i voti dell’UDC (come auspica Rutelli nei suoi discorsi). Non era meglio? Come dite? Ah, in quel modo non si riusciva a prendere per il culo gli italiani? Ma andiamo! Siete così abili e vi fossilizzate su una sigla? Un acronimo? Come? Faccio discorsi da qualunquista? No. Questi sono fatti. E’ Prodi che chiede alla Chiesa di aiutare il Governo nella lotta all’evasione parlandone nelle omelie! Non lo dico io eh? Lo dice Prodi, il Presidente del Consiglio, ossia il Capo del Governo. Un Governo che dovrebbe essere LAICO. Il Governo Prodi che ho votato, non ha fatto una – dico una – cosa che si possa definire degna di un Governo di Sinistra. E io mi considero un uomo di Sinistra, non un qualunquista. I miei nonni votavano PCI. Quello di Berlinguer eh? Non so se mi spiego. Io votavo Democrazia Proletaria, PCI…quella era Sinistra. Poi vennero gli Occhetto, i D’Alema, i Rutelli…Ma lasciamo perdere.
“Nessun passo indietro da parte del presidente Prodi sul protocollo sul Welfare”
lo dice Sircana, il portavoce di Prodi (secondo me usano il termine ‘welfare’ perché così fregano tutti quelli che non conoscono l’inglese e non sanno che si sta parlando di lavoro e di previdenza sociale). Però! Sono pure tosti, questi qui. Irremovibili. In pratica il pacchetto Damiano istituzionalizza il lavoro precario invece di combatterlo! E’ questo il segno di discontinuità nei confronti del Governo Berlusconi che costoro sbandieravano tanto in sede di campagna elettorale? Complimenti. Single, laureato, precario di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Questo è il ritratto del ‘moderno’ lavoratore italiano che emerge dal rapporto Eurispes 2005. E nel rapporto del 2007 non si migliora molto. A gennaio di quest’anno il presidente di Eurispes Gian Maria Fara ebbe a dire che il Governo Prodi è “come gli imperatori tedeschi, regna ma non governa”. Ma cosa hanno di tanto deleterio questi contratti a progetto?
  • diritti non tutelati: contributi INPS, ferie, malattie
  • ritorsioni nei confronti del lavoratore
  • precarietà
  • passati i 35 anni il lavoratore è praticamente costretto alla disoccupazione (li vogliono di 20 anni di età e con esperienza lavorativa di 20 anni. Eh, quante ne cercano! Sapeste!)
E il Governo Prodi cosa fa? Sforna il pacchetto Damiano. Mi viene da pensare a quanto scrisse quel maggiore tedesco - Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) - all’entrata del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Chissà perché. Stiamo parlando di diritti civili eh? Perché se non lavori non vali nulla, non hai diritti, non puoi formare una famiglia, non hai diritto ad una casa, non hai diritto ad alcun sogno, non hai diritto al futuro. Se il lavoro è precario, non puoi pianificare alcun futuro. I lavoratori italiani, Beppe Grillo li chiama Schiavi moderni (scaricatelo e leggetelo: è molto istruttivo). Io devo dire che non mi sento minimamente rappresentato da questo Governo. Sui sindacati non voglio neanche proferire verbo: da tempo non li considero più un ente che rappresenta e tutela i diritti dei lavoratori. Sono incazzato nero perché vedo intorno a me persone che sono laureate, hanno superato i 30 da un pezzo e sono precari. Li vedo, li sento, sono persone che esistono, non sono numeri all’interno di un rapporto ISTAT. Sono persone che devono fare i salti mortali per andare avanti. E quando vedo che ‘quelli’ che hanno il potere di cambiare le cose, hanno come unico chiodo fisso il mantenimento della loro poltrona…beh, penso al napalm…che strana associazione di idee vero?

(Carissima…come vedi, detto fatto!)

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